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La Natività a ritmo di taranta. Guida antropologica alle canzoni del 25 dicembre

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Da “Tu scendi dalle stelle” tradotta in 70 lingue alle affinità elettive con Beethoven. E con suoni sorprendenti
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Tu scendi dalle stelle compie 270 anni, ma non li dimostra. Il più celebre dei nostri canti di Natale festeggia il suo genetliaco. A scriverlo nel 1754 fu Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La sua intenzione era quella di rendere il dogma della Natività più popolare. Non immaginava che lo avrebbe fatto diventare pop. Trasformando l’incorporea astrazione del dio che si incarna nella tenera concretezza del bambinello. Dolce ma anche orecchiabile, al punto da trasformare la canzoncina in un evergreen.

In realtà il successo mondiale di Tu scendi dalle stelle, tradotta in 70 lingue, è uno dei primi esempi delle tante hit musicali che accompagnano da sempre il Natale. Avvolgendolo in una sorta di bolla sonora fatta di litanie e salmodie, cantate e sonate, inni di chiesa e canzonette destinate a…

Tu scendi dalle stelle compie 270 anni, ma non li dimostra. Il più celebre dei nostri canti di Natale festeggia il suo genetliaco. A scriverlo nel 1754 fu Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La sua intenzione era quella di rendere il dogma della Natività più popolare. Non immaginava che lo avrebbe fatto diventare pop. Trasformando l’incorporea astrazione del dio che si incarna nella tenera concretezza del bambinello. Dolce ma anche orecchiabile, al punto da trasformare la canzoncina in un evergreen.

In realtà il successo mondiale di Tu scendi dalle stelle, tradotta in 70 lingue, è uno dei primi esempi delle tante hit musicali che accompagnano da sempre il Natale. Avvolgendolo in una sorta di bolla sonora fatta di litanie e salmodie, cantate e sonate, inni di chiesa e canzonette destinate a diventare altrettanti jingle delle feste. Che, generazione dopo generazione, danno parole e musica a quell’unisono del creato che annuncia la nascita del dio nato in una grotta al freddo e al gelo. E lo annuncia prima di tutto col canto perché, come diceva Sant’Agostino, cantare è pregare due volte, con la mente e con il cuore, con la pancia e con la gola.

Ecco perché la Natività ha sempre avuto un’eco sonora che fa vibrare i cuori. Da inni medievali come il Veni Redemptor di Sant’Ambrogio al barocco Concerto di Natale di Arcangelo Corelli. Dalla famosissima Adeste fideles, più conosciuta come Venite adoremus, alle Christmas Carols, le carole inglesi immortalate dall’omonimo racconto di Charles Dickens. Da White Christmas, uno degli inni sacri del Natale contemporaneo, scritto paradossalmente da un non cristiano come Irving Berlin, ebreo e massone, fino a Campanelle, una ricreazione natalizia di Vinicio Capossela che terremota la perniciosa Jingle Bells, incubo di supermercati e mercatini di dicembre.

Il fatto è che perfino nel più consumistico dei nostri Natali rosso Coca Cola, nel tormentone persecutorio dei vari Jingle Bells, White Christmas e Stille Nacht (in italiano Astro del cielo) riecheggia il passo del Vangelo di Luca che riconduce la profondità dell’annuncio dell’angelo ai pastori, alla potenza primigenia del canto. «Subito apparvero e si unirono a lui molti angeli. Essi lodavano Dio con questo canto: “Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che egli ama”». Nella narrazione l’annuncio e il canto diventano notazioni della stessa partitura angelica, parole e musica dell’esultanza natalizia. Per questo il presepe è popolato da un numero esorbitante di suonatori, cantori, strumenti musicali, orchestrine, serenate e perfino balli popolari. E di cori angelici che pendono dall’azzurro di quei cieli di cartapesta che sembrano usciti da Natale in casa Cupiello.

Ma ancor più che la musica raffigurata, è quella effettivamente suonata a costituire un elemento centrale della scena presepiale. Un esempio straordinario di questa sacra sinergia artistica è la Napoli tra Sei e Settecento. In quegli anni, la città cantante, che oltre a essere capitale dell’arte presepiale è uno degli epicentri musicali d’Europa, vanta un’immensa produzione di musiche da presepe. I suoi celebri conservatori mobilitano i loro maestri. Musicisti del calibro di Alessandro e Domenico Scarlatti, Francesco Provenzale, Giovanni Battista Pergolesi, Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello, danno vita a un impressionante catalogo di pastorali, corali, mottetti, oratori, cantate, destinate a essere eseguite nelle chiese, nelle case aristocratiche, negli ospedali, nelle strade e perfino nelle bische e nelle case di piacere.

Di una vera e propria leggenda diviene oggetto la ninna nanna composta nel 1737 da Carmine Giordano su commissione dei domenicani, conosciuta anche come Pastorale di San Domenico. Una copia manoscritta della partitura fu portata a Vienna dal conte Philipp von Daun, viceré austriaco di Napoli, e giunse nelle mani di Beethoven, che ne avrebbe tratto ispirazione per uno dei temi della Sesta sinfonia, detta appunto Pastorale.

Ma forse il più clamoroso accostamento musicale di sacro e profano è la Tarantella a cinque voci per la nascita del Verbo scritta in occasione del Natale 1670 da Cristofaro Caresana, musicista veneziano trasferito nella città partenopea, dove fu maestro nel glorioso Conservatorio di Sant’Onofrio e direttore della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Nella tarantella dell’immaginifico compositore, a scaldare la grotta di Betlemme non sono tanto il bue e l’asinello, quanto il ritmo fremente della pizzica, la danza terapeutica che i tarantolati del Salento pizzicati dal ragno ballavano per guarire dalle conseguenze del morso. Un pezzo travolgente, verrebbe quasi da dire indiavolato, dove il peccato originale, di solito attribuito al serpente tentatore, viene invece attribuito alla tarantola che morde. «Tarantola d’abisso — dice il testo — piangi, trema, singhiozza, sospira, nel tuo regno d’oscurità». Le curve dei violini si fanno sempre più trascinanti per poi precipitare verso le quattro battute del finale «viva viva l’eternità», che ricordano i tamburelli della tradizione popolare salentina. Il Dio che si fa uomo per redimere l’umanità si manifesta nelle figure sinuose della danza.

Sembrerebbe una provocazione. Ma è tutto il contrario. È una sacra contaminazione. Che usa il linguaggio del corpo per annunciare la Buona Novella. E noi, abituati a pensare che la fusion sia un’invenzione di oggi, dobbiamo prendere atto che, molto prima di Chick Corea, l’avevano inventata questi maestri di armonia. Fuoriclasse dell’estro armonico. Che in materia di sperimentazione non avevano snobismi né tabù. Al punto da far coincidere la notte di Natale con la notte della taranta. Con quattro secoli di anticipo sulla musica folk.

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