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Quelli che...Tolkien è roba nostra

 J. R. R. Tolkien, 1972

 

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Anno 1977, sul “Secolo d’Italia” esce un articolo che consacra “Il Signore degli anelli” alla causa della destra italiana. Tra campi Hobbit, semplificazioni e valori della Tradizione, ecco la storia di un’appropriazione politica indebita
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Diceva Umberto Eco che lo scrittore non può far di meglio che morire dopo aver dato al pubblico un libro, cosicché ognuno possa interpretare il suo scritto come più gli garba, senza che nessuno reclami una verità oggettiva che non detiene nemmeno l’autore. J.R.R. Tolkien, però, non era un semiologo e forse nemmeno Eco saprebbe dire con certezza se, da defunto, abbia prevalso in Tolkien la soddisfazione di non doversi esprimere sul fatto di essere diventato l’autore di culto di tre generazioni di neo e postfascisti italiani o, al contrario, il rammarico per non aver fatto in tempo a sgolarsi da vivo: giù quelle manacce dai miei libri.

È l’8 giugno del 1977 quando sul Secolo d’Italia, organo ufficiale del Movimento sociale italiano, di solito pieno di articoli enfatici e credibili come una voce fuor…

Diceva Umberto Eco che lo scrittore non può far di meglio che morire dopo aver dato al pubblico un libro, cosicché ognuno possa interpretare il suo scritto come più gli garba, senza che nessuno reclami una verità oggettiva che non detiene nemmeno l’autore. J.R.R. Tolkien, però, non era un semiologo e forse nemmeno Eco saprebbe dire con certezza se, da defunto, abbia prevalso in Tolkien la soddisfazione di non doversi esprimere sul fatto di essere diventato l’autore di culto di tre generazioni di neo e postfascisti italiani o, al contrario, il rammarico per non aver fatto in tempo a sgolarsi da vivo: giù quelle manacce dai miei libri.

È l’8 giugno del 1977 quando sul Secolo d’Italia, organo ufficiale del Movimento sociale italiano, di solito pieno di articoli enfatici e credibili come una voce fuori campo dell’Istituto Luce, esce un insolito pezzo firmato da Generoso Simeone, giovane rappresentante della corrente che nel partito fa riferimento a Pino Rauti e che sta all’opposizione del leader Giorgio Almirante. Simeone è l’organizzatore del primo campo Hobbit, raduno culturale per giovani di destra organizzato a Montesarchio, poche anime in quel di Benevento, con l’idea di provare a uscire dal ghetto del neofascismo, in sostanza colorare di nuova cultura un mondo fin lì costruito su immaginario nero, cupo e mortifero, come non poteva essere altrimenti per un partito il cui simbolo era, ed è tuttora, una fiamma che arde sulla bara di Benito Mussolini. «Perché lo abbiamo chiamato Hobbit?», si domandava Simeone sul Secolo per annunciare l’evento. E spiegava: «Ricorrendo ai personaggi creati dalla fantasia di Tolkien e alle sue favole che assai bene adombrano la realtà, abbiamo voluto confermare che sì, non siamo nati certamente oggi, che abbiamo radici profonde, ma abbiamo anche voluto dire che questo mondo così com’è non ci piace né lo accettiamo».

Erano insomma già chiari tutti gli ingredienti dell’equivoco sul Signore degli anelli: un romanzo di ambientazione arcaica, perfetta per proiettarvi suggestioni evoliane di Tradizione; un nemico malefico e soverchiante, Mordor, ideale trasfigurazione del tecnocapitalismo uscito vincente dalla Seconda guerra mondiale – qui non parleremo della successiva transizione intellettuale da Frodo a Musk, è stucchevole ricordare agli ex camerati la tendenza all’autocontraddizione; e infine fasci ansiosi di non apparire più fasci, e in un certo senso di non esserlo davvero più, cosa che richiedeva la proiezione in un mondo altro, lontanissimo dai doppiopetto di Almirante e dai borborigmi dei pensionati orfani del Duce, un universo parallelo dove però i camerati potessero continuare a sentirsi diversi, alternativi ed eroici (nell’arco esistenziale medio del militante missino l’eroismo è la fase anale del vittimismo).

Un cosmo fantasy che potesse prestarsi a una lettura antiborghese e anticollettivista, grazie a una Terra di Mezzo dove «non esistono certo repubbliche ma regni e per di più assoluti, in cui l’eroe pur combattendo contro sovrani, stregoni e persino dèi non ha certo come scopo un ideale democratico», rifletteva Gianfranco De Turris, che fu il Vincenzo Mollica della cosiddetta Nuova destra tolkeniana, portando persino sulla rivista Linus le ansie di sdoganamento dei camerati. Atreju si chiama non per caso la festa di Fratelli d’Italia, da un altro fantasy, La storia infinita. Del resto, bastò un’immagine da combattenti solitari a far finire arruolati nel pantheon pop dell’ultradestra anche gli incolpevoli Capitan Harlock, Gundam e Jeeg Robot, le cui storie erano certo più accessibili delle mille e rotte pagine di Spengler sul tramonto dell’Occidente o degli Junger in edizione Adelphi. L’accessibilità fa sempre premio sull’ermeneutica. Un po’ come diventare buddisti leggendo Siddharta e in fondo erano sempre quegli anni lì, dei campi Hobbit.

J R R Tolkien, 1955

 

Dunque si prende il romanzo di un austero filologo oxfordiano, conservatore ma mai tentato da alcuna simpatia fascista, e lo si eleva a libro di culto. Ma non per fredda operazione da laboratorio, per autentica adesione. Scrive Marco Tarchi, storico che della stagione dei Campi Hobbit e della Nuova Destra che vi ruotava intorno fu il principale ideologo: «Tolkien come sintomo. Quel mondo fantastico di saga, coi suoi confini marcati – giusto inumiditi di ingenuità – fra un Bene e un Male che meritano la maiuscola, ci salvava dal rischio della diserzione. Sfiniti dal peso di un opaco destino vissuto di riflesso, sempre all’ombra di qualcosa e qualcuno contro il quale ci alzavamo a negare, a reagire, un libro, un solo libro ci parve indicare il sentiero che a quella eterna tenebra poteva sottrarci». Onesta autocoscienza, quella di Tarchi, su una appropriazione culturale comunque sincera e appassionata («sorbita in notti febbrili di lettura», racconta sempre Tarchi) e alla fine non del tutto indebita – lo riconosceva già nel 1983 un intellettuale non certo di area come Alessandro Portelli: «Il Signore degli anelli e il complesso dell’opera di Tolkien sono appropriati, non senza fondamento, alla destra italiana che vi riconosce fonti e valori che considera propri». Nel dialogo finale tra Bilbo e Frodo, quando il primo dice al secondo che non sa se tornerà mai nel suo paese, Frodo risponde convinto, certo che sì, «ora c’è un nuovo re, e lui renderà sicure le strade». Ordine e autorità, un legame infine ribadito che non poteva non piacere ai lettori dei campi Hobbit al culmine della sbornia fantasy.

Non fu insomma solo fuffa e scippo, e i semi dell’operazione culturale hanno germogliato eccome: l’ecologismo e il pacifismo di destra, per esempio, nascono così, e anche il vecchio anticapitaliamo sociale da fascisti rossi trova nuova vita nei simbolismi tolkeniani. Per le stesse ragioni per le quali, un decennio prima dell’infatuazione destrorsa, Il Signore degli anelli era passato di mano in mano nella generazione hippy e della controcultura universitaria negli Usa, trovando peraltro nuovi lettori di sinistra anche in tempi più recenti. Questo aspetto bifronte del mondo tolkeniano, capace di ispirare letture empatiche da fronti opposti, è molto speciale perché non è detto che si basi per forza su interpretazioni diverse. Portelli ci aveva visto lunghissimo, e mica solo su Tolkien, a proposito di questa convergenza rossobruna: «Uno dei fatti perturbanti degli ultimi tempi è la scoperta che idee e pratiche reazionarie sono presenti anche nella sinistra». Ma il grande Tolkien, sia chiaro, non ne porta alcuna colpa. Aveva ragione Eco, sull’autore che non controlla nulla di ciò che ha creato, e ha ragione pure Tarchi: Tolkien non è la malattia, è il sintomo.

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