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Francesco Piccolo: “Così la letteratura ci ha insegnato come essere uomini”

Francesco Piccolo 

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La mascolinità è stata forgiata nei secoli anche attraverso la narrazione costruita dai grandi autori della letteratura. Ecco perché lo scrittore che più si è occupato del tema ha scelto di riattraversare i classici italiani e i loro protagonisti. Scoprendo quanto somigliano a chi continua a leggerli
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La questione dell’essere maschi riguarda senz’altro l’educazione, il mondo dove si cresce e i secoli di storia che pesano sulle spalle. Ma se abbiamo amato la letteratura, allora ne siamo stati condizionati. Personaggi e opere sono penetrati nelle nostre vite, ci hanno invaso con lo strumento della bellezza. Le nostre vite sono infatti un accumulo di esperienze personali più esperienze collettive più quello che abbiamo letto e visto.

Il tentativo di analizzare il maschile dentro alcune opere è quello di mettere in luce, in modo personale e opinabilissimo, ciò che abbiamo interiorizzato e trattenuto di quel germe. Se il maschile è inteso come potente, arrogante, violento, sopraffattore, egoista e famelico, allora ve ne sarà traccia anche nelle opere che abbiamo amato…

La questione dell’essere maschi riguarda senz’altro l’educazione, il mondo dove si cresce e i secoli di storia che pesano sulle spalle. Ma se abbiamo amato la letteratura, allora ne siamo stati condizionati. Personaggi e opere sono penetrati nelle nostre vite, ci hanno invaso con lo strumento della bellezza. Le nostre vite sono infatti un accumulo di esperienze personali più esperienze collettive più quello che abbiamo letto e visto.

Il tentativo di analizzare il maschile dentro alcune opere è quello di mettere in luce, in modo personale e opinabilissimo, ciò che abbiamo interiorizzato e trattenuto di quel germe. Se il maschile è inteso come potente, arrogante, violento, sopraffattore, egoista e famelico, allora ve ne sarà traccia anche nelle opere che abbiamo amato — come diceva Eduardo: mi preoccupa di più un morto sulla scena che un morto vero; perché se c’è la rappresentazione di un morto, vuol dire che quei morti sono già stati tanti da doverli raccontare.

E di conseguenza quelle opere ci avranno restituito una legittimazione della maschilità, non importa se involontaria, che ha contribuito a consolidare la cultura virile. Questa ipotesi è poco discutibile, quasi pleonastica.

Uno scrittore può scrivere soltanto libri personali. E quindi ho scelto delle opere che mi stanno a cuore, ognuna per un motivo diverso, ma tutte anche per la capacità di raccontare chi sono i maschi. In pratica, però, se si prova a fare un gioco (io ci ho provato), e si decide di aprire a caso qualsiasi libro di narrativa (italiana o straniera) di qualsiasi secolo, fino a oggi, alla ricerca delle prove, le prove si trovano sempre. È matematico. Si potrebbero analizzare migliaia di opere per rintracciarne gli assunti teorici del maschile.

(Ho deciso però di scegliere solo scrittori, non scrittrici: mi sarebbe piaciuto scrivere anche, per esempio, di Nino Sarratore dell’Amica geniale di Elena Ferrante, considerato un esemplare di maschio molto interessante perché nasconde la sua bestialità sotto il vestito intellettuale; e mi sarebbe piaciuto scrivere anche di un altro terribile e bellissimo personaggio, Il Pellicano di Caro Michele di Natalia Ginzburg. Ma mi interessava indagare come i maschi hanno trattato i personaggi maschili: volevo lo sguardo dei maschi sulla realtà).

«Il vero eroe, il vero soggetto, il vero centro dell’Iliade è la forza. La forza che è usata dagli uomini, la forza che sottomette gli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae.

L’animo umano appare continuamente trasformato dai suoi rapporti con la forza, travolto, reso cieco dalla forza di cui crede di poter disporre, piegato sotto la morsa della forza che subisce. Coloro che avevano sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato, hanno potuto vedere in questo poema un documento; coloro che sono capaci, oggi come un tempo, di individuare la forza al centro dell’intera storia umana, vi trovano il più bello e il più terso degli specchi».

Questo è l’incipit del breve ma fondamentale saggio di Simone Weil sull’Iliade: suggerisce che c’è di più; che la letteratura è fondativa del mito del maschio.

Nei libri che ho scelto di raccontare, tutti fanno la guerra, si incazzano, diventano furiosi, litigano, sono gelosi, minacciosi, e usano la forza in modo esplicito, picchiando, violentando. Ma sono anche violenti in modo più moderno, quindi occultato, passivo: sono lamentosi e recriminatori, e finiscono per soffocare le donne in altro modo. E poi sono continuamente sospettosi, e questo li rende sfinenti (un’altra forma di violenza). Il racconto semplicemente corrisponde a quello che siamo (stati).

Nella mia vita, però, come nella vita di molti maschi, c’è un’identificazione in questi personaggi; quello che posso ammettere è che, esprimendolo o castrandolo, mi sono sentito di volta in volta l’innominato, lo scolaro, il narratore che soffre per amore e intanto va a scopare, il violento, il geloso, il fragile, il lamentoso, il figlio che assomiglia al padre volendo essere diverso eccetera. Ho rivisto, ho interpretato, ho rafforzato, ho acconsentito ad alcune caratteristiche maschili.

Non ritratterò, né farò passi indietro, non rinnegherò. È un racconto che bisogna continuare a fare fino a quando corrisponde alla realtà; poi può darsi che ce ne saranno altri. Però non bastano le regole nuove, i linguaggi nuovi — e comunque non bisogna accontentarsi di raccontare quelli, bisogna continuare a raccontare maschi che fanno le guerre e che usano la forza, perché si fanno anche oggi le guerre e perché la forza, la sopraffazione, sono ancora qui.

Non è una denuncia, questa; è soltanto una testimonianza dei fatti. La denuncia in letteratura è imbarazzante, se non stupida; chiede: non fatelo vedere più, non raccontatelo più. Inoltre bisogna diffidare di quelli che raccontano per poi dare un giudizio sommario e definitivo, che di solito vi sembra sia giusto, e lo è anche — del resto i giudizi sommari e definitivi si possono dare solo se si è sicuri che siano giusti. Ma non servono a nient’altro se non a seppellire. Invece bisogna raccontare e raccontare e raccontare, a prescindere che lo si faccia con coscienza o no. Perché certi racconti di altri secoli, a vederli ora, hanno lucidità assoluta su quello che ancora succede.

La coscienza di essere trogloditi, sopraffattori, violenti, arroganti, egocentrici, ce l’abbiamo da un po’ di tempo — probabilmente non per merito di un’autocoscienza, ma alla fine comunque ce l’abbiamo. Eppure non ci ha fatto migliorare; o forse sì, però solo in superficie; non nella sostanza. Alla fine di questo percorso non posso dire: io non sarò come loro; ma posso dire: io sono come loro. Sono appunto possessivo e geloso, incazzoso, violento, arrogante, furioso eccetera. Ancora, in qualche modo.

Ho cercato negli anni di scriverlo molte volte: il processo è lunghissimo — e i secoli passati dal Decameron a Via Gemito ne sono la dimostrazione più visibile.

«Son qui m’ammazzi» è una frase tra quelle indimenticabili della letteratura italiana, ed è pronunciata da una donna, Lucia, nel punto più estremo dello sfinimento e dell’arrendevolezza. È come se fosse la sintesi di ciò che il maschio ha prodotto con la sua professione di forza fin dall’Iliade. Ma non è tutto: Lucia, con quella frase, ottiene una reazione positiva (buona) nel terrorizzante personaggio maschile dell’Innominato. È come se Manzoni dicesse che la forza femminile, la capacità di produrre un risultato, stia nella concessione totale, nella resa a quella forza che ha di fronte. È quindi una frase spaventosa, estrema, e lo è maggiormente per il fatto che innesca una salvezza. Quasi, vorrei dire, è ciò che tutti i personaggi maschili desidererebbero sentirsi dire, cercherebbero di sentirsi dire. Oppure vorrebbero non sentirsi dire perché vorrebbero essere migliori di quello che sono; e i maschi progressisti e colti credono di essere già migliori di quelli che sono, credono di essere l’uomo nuovo.

E invece è bene inchiodarci a quella frase, ancora. Del resto, lo ha scritto Carla Lonzi: «Noi neghiamo come un’assurdità il mito dell’uomo nuovo».

Ecco. Anche io.

Il libro

Son qui: m’ammazzi è il titolo del nuovo libro di Francesco Piccolo in uscita da Einaudi il 21 gennaio (pagg. X - 148, euro 15). Cita la frase di Lucia all’Innominato nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Nel suo saggio Piccolo ripercorre la rappresentazione maschile nella letteratura italiana dal Decameron di Boccaccio a Via Gemito di Domenico Starnone. L’autore lo presenterà il 29 gennaio, ore 18.30, a Roma, alla libreria Nuova Europa ai Granai, con Antonella Lattanzi; giovedì 30, ore 18.30, a Bologna, al Mast per Le voci dei libri; venerdì 31, ore 19, a Milano, Auditorium Monte Rosa 91.

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