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Antonio Canova, ritorno a Possagno

Museo Gypsotheca Antonio Canova a Possagno (Treviso)

 

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Viaggio nella gipsoteca riaperta completamente dove sono raccolti gessi, pitture, calchi e disegni del maestro che incarnò il neoclassicismo
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Possagno (Treviso) – Non é il viaggio verso l’ignoto, né la discesa agli inferi sono più faticosi del ritorno in patria. Il nostos è, infatti, l’unica vera epopea. Nel 1814, dopo anni di successi a Roma, Antonio Canova ritorna a Possagno, un momento cruciale sia nella sua vita personale che nella sua carriera.

Nato nel 1757 in questo paesino ai piedi del Massiccio del Grappa, Canova era partito presto per seguire la sua formazione, prima a Venezia e poi a Roma, dove divenne il più famoso e celebrato scultore europeo del suo tempo. La sua padronanza del marmo e la sua capacità di infondere profondità emotiva ai soggetti classici lo resero il grande preferito dei monarchi.

Dopo decenni di vita e lavoro a Roma, il rientro a Possagno fu un momento di ricongiungimento con le sue radici. Persino all’apice della sua fama, l’artista rimase sempre profondamente legato alla sua casa e il suo ritorno si può leggere altresì come …

Possagno (Treviso) – Non é il viaggio verso l’ignoto, né la discesa agli inferi sono più faticosi del ritorno in patria. Il nostos è, infatti, l’unica vera epopea. Nel 1814, dopo anni di successi a Roma, Antonio Canova ritorna a Possagno, un momento cruciale sia nella sua vita personale che nella sua carriera.

Nato nel 1757 in questo paesino ai piedi del Massiccio del Grappa, Canova era partito presto per seguire la sua formazione, prima a Venezia e poi a Roma, dove divenne il più famoso e celebrato scultore europeo del suo tempo. La sua padronanza del marmo e la sua capacità di infondere profondità emotiva ai soggetti classici lo resero il grande preferito dei monarchi.

Dopo decenni di vita e lavoro a Roma, il rientro a Possagno fu un momento di ricongiungimento con le sue radici. Persino all’apice della sua fama, l’artista rimase sempre profondamente legato alla sua casa e il suo ritorno si può leggere altresì come un gesto di rispetto nei confronti della sua eredità. Con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo della sua città natale, commissionò inoltre la costruzione del favoloso tempio neoclassico che diede fama a questa nicchia nel trevigiano.

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Eppure il Tempio Canoviano non è il solo retaggio che Canova lasciò a Possagno. La sua dimora natale divenne un museo che ospita un’importantissima collezione di gessi, calchi, modelli d’argilla, disegni, incisioni, dipinti, tempere, effetti personali dell’artista e addirittura un Amorino di marmo illuminato con perizia che riscalda la stanza con la sua pelle quasi traslucida e la sua carne morbida agli occhi.

Lo scorso primo dicembre è stata riaperta completamente dopo sette anni di chiusura l’ala ottocentesca del Museo Gypsotheca Antonio Canova. Si tratta dell’impresa di restauro più importante dopo il mitico ampliamento di Carlo Scarpa a metà degli anni Cinquanta. Il rinnovo dell’impianto di illuminazione fa risaltare la maestosità delle opere di gesso («Gli originali di gesso!», come sottolinea giustamente la direttrice, Moira Mascotto) e la tiepida bellezza delle tempere. Inoltre, i bassorilievi sono stati riapplicati nella loro sede originaria. Il pubblico può in questo modo apprezzare di nuovo capolavori come Napoleone come Marte Pacificatore, l’Ercole e Lica, le Grazie e Amore e Psiche nella gypsotheca più grande d’Europa.

Oltre i gessi e il fantastico Amorino di marmo, forse l’aspetto più interessante del percorso è l’esposizione di dipinti, disegni e tempere intesi come fucina delle ulteriori statue. Un esempio particolarmente esplicito è la Venere col fauno, che abbozza dieci anni prima la Paolina Bonaparte della Galleria Borghese.

Le tempere, opere di un’eleganza di pennello superlativa e di un’insolita delicatezza di maniera, illustrano quel che scrisse talvolta Canova in una lettera riguardo i marmi di Elgin: «Ammiro la verità della natura congiunta alla scelta delle forme belle, tutto qui spira vita con un’evidenza, con un artifizio squisito, senza la minima affettazione e la pompa dell’arte, velata con un magistero ammirabile… i nudi sono vera e bellissima carne». Constatiamo queste nozioni nelle Due ninfe che vezzeggiano il Bacco in fasce e nelle decine di ragazze danzatrici il cui movimento leggero, temperato, si può quasi palpare.

Nessuno conosce il destino delle sue spoglie mortali. Per gli artisti, a quest’incertezza se ne aggiunge un’altra: che fine faranno le loro opere? Nel 1822, Antonio Canova giace sul letto di morte a Venezia e la sua mente sbiadita si concentra su un’unica preoccupazione: la sua eredità. I suoi trionfi scultorei sono ancora a Roma. Il pensiero che essi rimangano lontani lo tormenta. Come fare a riportare tutto a casa? Le statue dovrebbero essere accuratamente avvolte e imbottite, le loro superfici protette dalla polvere e dalle difficoltà del viaggio. Carri e muli sarebbero stati i veicoli. L’artista morente immagina la processione: un pellegrinaggio lento e cupo verso nord. E infine immagina gli dei e le dee di marmo, gli eroi e le ninfe come abitanti del tempio di Possagno. Ma chi se ne occuperà? Il suo corpo in partenza rabbrividisce al pensiero che la sua eredità vada in rovina, dispersa e dimenticata. Chiude gli occhi per l’ultima volta col desiderio di avere ancora la forza di sorvegliare il trasloco.

Sette anni più tardi, Giovanni Battista Sartori, il suo fratello uterino, vuota lo studio di Roma e carica tutto in una nave che trasporta il legato prezioso da Civitavecchia fino a Venezia da dove si parte verso Possagno in carri trainati da buoi che attraversano la pianura padana con un movimento tranquillo e deliberato, come se la natura stessa rendesse omaggio all’arte di Canova.

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