Una notte al museo di Ramses: i faraoni son tornati
dalla nostra inviata Francesca CaferriLa statua di Ramses II all'ingresso del Grand Egyptian Museum di Giza
IL CAIRO
Al bookshop del Grand Egyptian Museum di Giza Tutankhamon è già arrivato. La sua maschera d’oro risplende ovunque: sulle shopper di cotone, sulle tazze da caffè, sulle tovaglie e sulle copertine dei libri. A pochi metri di distanza, nel museo vero e proprio, l’attesa non è ancora finita: tutti aspettano solo lui, il faraone bambino, invitato d’onore a una festa a lungo rimandata che ora pare finalmente arrivata. Il più grande museo archeologico del mondo, il più moderno, il più atteso, sta per aprire le porte, con una cerimonia che — non c’è da dubitarne — conquisterà le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
O meglio, dovrebbe aprire. Anche se questa volta tutto pare davvero certo, quando si parla del Gem la prudenza è sempre d’obbligo. Ad annunciare per primo la nascita di un nuovo museo di archeologia per affiancare quello storico di piazza Tahrir — troppo pieno, con i magazzini invasi di reperti, antico nella concezione ma per questo, ancora oggi, affascinante com…
IL CAIRO
Al bookshop del Grand Egyptian Museum di Giza Tutankhamon è già arrivato. La sua maschera d’oro risplende ovunque: sulle shopper di cotone, sulle tazze da caffè, sulle tovaglie e sulle copertine dei libri. A pochi metri di distanza, nel museo vero e proprio, l’attesa non è ancora finita: tutti aspettano solo lui, il faraone bambino, invitato d’onore a una festa a lungo rimandata che ora pare finalmente arrivata. Il più grande museo archeologico del mondo, il più moderno, il più atteso, sta per aprire le porte, con una cerimonia che — non c’è da dubitarne — conquisterà le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
O meglio, dovrebbe aprire. Anche se questa volta tutto pare davvero certo, quando si parla del Gem la prudenza è sempre d’obbligo. Ad annunciare per primo la nascita di un nuovo museo di archeologia per affiancare quello storico di piazza Tahrir — troppo pieno, con i magazzini invasi di reperti, antico nella concezione ma per questo, ancora oggi, affascinante come pochi al mondo — fu nel 1992 l’ex presidente Hosni Mubarak: avrebbe voluto aprirlo lui, ma quando, nel 2011, fu deposto dalla Primavera araba al Gem le gru erano ancora al lavoro. Da allora, i rinvii sono stati continui.
L’inaugurazione fu annunciata per la prima volta nel 2012, ma è sempre arrivato qualcosa a bloccarla: il colpo di Stato dell’ex generale (oggi presidente) Abdel Fattah al Sisi a spese dei Fratelli musulmani, la crisi economica, il Covid, le guerre in Sudan prima e a Gaza oggi. Il risultato è che il museo delle meraviglie — 20 milioni di dollari di investimento, 20 anni di lavori, solo cinque meno della grande Piramide di Giza che si trova a meno di due chilometri — finora è rimasto un sogno: per anni i visitatori si sono dovuti accontentare di sbirciare il progetto attraverso l’atrio e la terrazza. Questo fino a qualche mese fa quando, con discrezione, le dodici sale dell’esposizione principale hanno aperto i battenti, permettendo a chi arriva di godere del corpo principale della struttura. L’eccezione sono le due gallerie che conterranno le attrazioni più scenografiche: quella di Tutankhamon e quella dedicata alle due barche trovate negli anni Cinquanta nei pressi delle piramidi, a poca distanza da qui.
Entrambe sono ancora chiuse. Cosa contengano, quale effetto vogliano creare, non lo sa nessuno: nonostante l’allestimento sia quasi completo, il divieto di accesso è strettissimo su ordine diretto di Al Sisi.
Nonostante la mancanza dei suoi gioielli più noti, il Gem è già oggi spettacolare. Superato l’ingresso a forma di piramide, subito il primo colpo d’occhio: la gigantesca statua in granito rosso del faraone guerriero Ramsete II. Alta più di nove metri, pesante 80 tonnellate, è il pezzo ideale per raccontare in un colpo solo tutta la potenza di una delle più grandi civiltà della storia: fu trovata a Menfi da una spedizione archeologica italiana guidata da Giovan Battista Caviglia e per anni è rimasta a prendere smog sulla piazza della stazione principale del Cairo. Superata la statua, un tappeto mobile conduce lungo la grande scalinata, per ammirare decine di sarcofagi, sculture e piccoli templi illuminati alla perfezione. La salita termina nel luogo più iconico del Gem: la grande terrazza, dove restare indifferenti di fronte alla maestosità delle Piramidi, così vicine che sembra di toccarle, è impossibile. Da qui si aprono dodici gallerie, divise in ordine cronologico, dalla preistoria all’era romana: provare a indicare gli oggetti più significativi sarebbe inutile e troppo soggettivo. Più che dai singoli reperti, il visitatore è invitato a farsi attrarre dal tutto: papiri, statue, oggetti votivi, sarcofagi, maschere, affreschi che raccontano un mondo lontanissimo eppure così vicino. Modernissime ricostruzioni realizzate con l’uso di intelligenza artificiale aiutano anche i più piccoli a entrare in contatto con quello che vedono.
Una meraviglia pura, che però qui in Egitto non convince tutti. Sono tanti gli egittologi, gli storici e anche le guide ufficiali che accusano il governo — e con esso l’esercito, che gestisce il Gem così come ogni altro grande progetto in questo Paese — di aver creato un museo ad uso e consumo degli stranieri, da cui gli egiziani “normali” sono esclusi. La questione non è tanto il prezzo di ingresso — l’entrata per gli egiziani che vivono nel Paese costa 200 pound, l’equivalente di 3,55 euro, contro gli 11 euro chiesti agli egiziani che vivono all’estero e i 22 agli stranieri — quanto piuttosto il fatto che il Gem è nato come una bolla, un’entità separata dal Cairo e dalla sua realtà. Questo è evidente in tante cose: arrivare qui con i trasporti pubblici è impossibile, i negozi e i ristoranti hanno prezzi ben al di sopra della media, i libri sono quasi tutti in inglese. Chi critica lo fa con parole sussurrate a mezza bocca: perché, si sa, a dire cose scomode in Egitto si rischia di fare una brutta fine, che si tratti di politica o di archeologia.
Le contestazioni tuttavia non hanno influenzato il programma ufficiale: dal 15 giugno la grande bellezza made in Giza chiude di nuovo. Un paio di settimane, assicura chi lavora al progetto, necessarie a completare l’allestimento con i pezzi del corredo di Tutankhamon che sono ancora al museo di piazza Tahrir prima della cerimonia di inaugurazione. Di dettagli, per ora, ce ne sono pochi: ciò che si sa per certo è che il governo non baderà a spese per rendere l’evento spettacolare e per creare la vetrina perfetta per la nuova idea di Paese che da anni porta avanti: una nazione — all’apparenza — moderna ed efficiente, desiderosa di attrarre visitatori benestanti e di offrire loro servizi di alto livello in cambio di quel contante di cui ha disperatamente bisogno. È certo anche che l’immagine simbolo di tutto questo sarà, ancora una volta, Tutankhamon.
In attesa del trasloco dalle sale che sin dal 1925 sono la sua casa, il faraone fanciullo aspetta, meraviglioso e commovente come sempre, nella teca blindata al museo di piazza Tahrir, nel cuore del Cairo. A fargli compagnia sono rimasti sempre meno oggetti: il trono, due delle tre bare d’oro che custodivano la mummia, una delle statue guardiane ritrovate nell’anticamera della tomba e quella di Anubi, il dio dalle sembianze di cane chiamato a proteggere la sepoltura e poco altro. Tutto il resto, ormai da anni, è scomparso giorno dopo giorno per essere trasferito nella massima discrezione e sicurezza al Gem, dove è stato sottoposto a controllo e restauro nei laboratori per tornare a splendere sotto gli occhi del mondo, quando la galleria dedicata al più famoso dei faraoni aprirà: qui, per la prima volta, i 5000 oggetti rinvenuti da Howard Carter nella tomba potranno finalmente essere visibili tutti insieme, cosa finora impossibile a causa della mancanza di spazio. E grazie a essi la meraviglia dell’Antico Egitto — piaccia o non piaccia quello contemporaneo — tornerà ad accendere la fantasia di milioni di persone in tutto il mondo.