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Benvenuti nell’era della ri-creazione

Tilacino

 

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Scegliete un animale scomparso: il dodo, il mammut. È possibile riportarlo in vita. Tanto possibile che è stato fatto con il lupo primordiale. È l’ultima sfida biotech. Ma come si può de-estinguere (questo il termine) un individuo senza intervenire sulle condizioni di sopravvivenza della specie?
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«Al lupo, al lupo!». Si diceva così, una volta. Oggi però possiamo scegliere: sì, perché ci sarebbe anche l’enocione, il lupo primordiale, estinto oltre cento secoli fa. Sta arrivando; è arrivato. Anzi: no. Da Esopo alle multinazionali biotech, il balzo è lungo, ma il richiamo resta lo stesso – e magari anche le favole. Si fanno proclami, si promette di riportare in vita gli animali della nostra fantasia: il dodo di Alice nel Paese delle Meraviglie, il mammut lanoso dei vecchi sussidiari, il tilacino, il piccione migratore. Ma poi, andando a vedere, le cose sono un po’ diverse, e un po’ più complicate. Stiamo parlando di de-estinzione, e alzi la mano chi sa veramente che cos’è. Se infatti credete che sia il contrario dell’estinzione o un salvifico ripescaggio dall’Ade degli animali perduti, potreste ritrovarvi delusi. Ma vediamo i cosiddetti fatti.

«Al lupo, al lupo!». Si diceva così, una volta. Oggi però possiamo scegliere: sì, perché ci sarebbe anche l’enocione, il lupo primordiale, estinto oltre cento secoli fa. Sta arrivando; è arrivato. Anzi: no. Da Esopo alle multinazionali biotech, il balzo è lungo, ma il richiamo resta lo stesso – e magari anche le favole. Si fanno proclami, si promette di riportare in vita gli animali della nostra fantasia: il dodo di Alice nel Paese delle Meraviglie, il mammut lanoso dei vecchi sussidiari, il tilacino, il piccione migratore. Ma poi, andando a vedere, le cose sono un po’ diverse, e un po’ più complicate. Stiamo parlando di de-estinzione, e alzi la mano chi sa veramente che cos’è. Se infatti credete che sia il contrario dell’estinzione o un salvifico ripescaggio dall’Ade degli animali perduti, potreste ritrovarvi delusi. Ma vediamo i cosiddetti fatti.

Protagonista è la Colossal Biosciences, la stessa che nel 2023 giurava di restituirci il dodo. Nell’ottobre 2024 Colossal ha ri-generato il “lupo terribile”, nome scientifico Aenocyon dirus (proprio lui: il Dire Wolf della Marvel e di Game of Thrones). I primi due esemplari li hanno chiamati Romolo e Remo. Peccato che a mancare qui fosse la lupa (la madre, surrogata, era un cane domestico). Uno degli scienziati ha raccontato che il loro primo ululato è partito in risposta a lui che fischiettava il motivo della Sirenetta di Walt Disney. Che brividi, ha dichiarato: non si sentiva da diecimila anni. Un raffronto con l’originale, certo, non ci è dato; su una cosa però siamo tutti d’accordo: il canto delle sirene tiene botta (e Disney batte Marvel 1-0).

Enocione

 

Dopo il lupo, è il momento del moa della Nuova Zelanda, uccello dell’ordine Dinornithiformes: uno struzzone privo di ali alto tre metri, estintosi intorno al 1500. A finanziare l’iniziativa c’è anche Peter Jackson, il regista del Signore degli Anelli. Il cerchio si chiude: l’epica del ritorno alla vita incontra la saga della Terra di Mezzo. Del resto, ce lo ha insegnato Tolkien: è anche nostra questa Terra di Mezzo, sospesa tra un passato che si sbriciola e un futuro popolato da esseri dalla natura incerta, insieme minacciati e minacciosi. Un’antropologa, Anna Tsing, ha detto che ci muoviamo in un paesaggio di mostri e fantasmi. I fantasmi sono le specie che abbiamo perduto, vertiginosamente tante da quando abbiamo cominciato a contarle. I mostri sono quelle – aliene, invasive, geneticamente modificate – con cui conviviamo senza averlo previsto: le cubomeduse, i pesci siluro, i granchi blu, certi virus. Gli animali de-estinti si aggiungerebbero a questi alieni, ma i fantasmi – quelli rimarrebbero.

E infatti, è davvero possibile de-estinguere una specie? Dipende. Se per de-estinzione si intende la ricostituzione della vita di una specie, tale che abbia ancora senso parlare di enocioni, dodi, mammut, moa o tilacini, allora no. La de-estinzione è impossibile. Se invece ci accontentiamo di singoli individui che somigliano agli originali (o all’immagine che ne abbiamo noi), senza sottilizzare sulla filologia del Dna o sull’ecologia dell’habitat, allora sì; non è facilissimo, ma è già più probabile. Servono frammenti di genoma, una specie affine, e tecniche di ingegneria genetica come Crispr per riscrivere le sequenze danneggiate. È andata così con l’enocione, ricostruito da frammenti di Dna “corretto” e impiantato in una cellula uovo svuotata della specie ospite. Un’altra opzione è la selezione retroattiva: si incrociano varietà con tratti ancestrali per ottenere individui simili alle specie perdute. È un’arte da allevatori più che da genetisti, e non è nuova: ci provarono quasi un secolo fa con l’uro, l’antico bue selvatico europeo.

Mammut

 

Quale che sia la tecnica, è chiaro che i “nuovi” non sono revenant, ma membri di un’altra specie che spesso nasce e muore con loro. Si coglie qui il legame profondo tra “ibrido” e hybris, la superbia di chi sfida l’ordine delle cose. L’animale de-estinto è per definizione un ibrido, ma è anche frutto di hybris: un esperimento che può essere, nella migliore delle ipotesi, un brillante esercizio stilistico; nella peggiore – be’, c’è Jurassic Park.

Ma lasciamo per un attimo da parte i tecnicismi. Perché è impossibile la de-estinzione? Perché l’estinzione non è semplice assenza di individui. È la perdita irreversibile di un sistema complesso di intrecci. Ogni specie che scompare – non solo mammiferi carismatici, ma anche piante, funghi, insetti, microbi, chiocciole, coralli – si porta via un pezzo di ecosistema. E un ecosistema, scrive David Quammen, «è un arazzo di specie e relazioni: se ne tagli via una parte, se la isoli, si disfa tutto». Il motto della Colossal – «Restaurare la Terra. Una specie alla volta» – è un controsenso: nessuna specie vive, si evolve o muore da sola. L’evoluzione è un gioco di squadra, o al limite una guerra tra bande. I solisti non sono previsti. E sembra quasi di scorgerli, questi nuovissimi antichi animali, come dentro un diorama, quello cantato dai Baustelle: «Nel diorama il tempo non ci può far male / non c’è prima e non c’è poi / Solo il culmine di vite singolari / l’illusione che non marciranno mai». Appunto: vite singolari, mentre per riparare un’estinzione bisogna ricomporre un mondo.

Piccione migratore

 

Magari senza mandare all’aria quello che nel frattempo si è formato: «Queste soluzioni tecnocratiche – ci ha detto l’etnografo australiano Thom van Dooren – ignorano spesso i legami tra ecologia, comportamento animale e la complessità del reinserimento in ecosistemi mutati e abitati da comunità umane». In questo senso, l’illusione della de-estinzione rischia di distogliere lo sguardo dalle emergenze reali. Il problema infatti non è l’estinzione in sé, ma la sua magnitudine e sue le cause, che sono quasi sempre umane: distruzione di habitat, caccia e pesca eccessive, cambiamenti climatici, inquinamento. Proteggere chi c’è adesso, chi rischia, in silenzio, di scomparire: eccola la vera de-estinzione.

Ci siamo chiesti, inoltre, come sarebbe la vita di queste creature sperimentali, piccoli alieni spiaggiati senza madri né simili da cui imparare? Massimo Sandal lo scrive ne La malinconia del mammut (Il Saggiatore): de-estinguere è «come far nascere un bambino umano in una stanza vuota». E a proposito di bambini, non facciamo finta di niente. Parliamo di altre specie, ma in fondo ne va anche di noi e dei nostri “cari estinti”. È più di un’ipotesi di scuola. Il genoma dell’Homo neanderthalensis è stato mappato. Secondo il biologo George Church della Colossal Biosciences, basterebbe una «femmina umana straordinariamente avventurosa». Come se mettere al mondo un Homo sapiens fosse un gesto meno temerario. Il punto è un altro: chi sarebbe quel bambino Neanderthal? E, soprattutto, di chi sarebbe? Lui come tutti gli altri. Per capirlo, facciamo un salto di specie. L’estinta si chiamava Henrietta Lacks. Afroamericana, morì nel 1951. Le sue cellule tumorali però non morivano.

Moa gigante

 

Biocapitalismo, si sa, chiama biopirateria. L’industria farmaceutica le prelevò senza consenso, e per decenni le utilizzò per sperimentazioni, ricavandone profitti immensi (lo racconta Rebecca Skloot ne La vita immortale di Henrietta Lacks, Adelphi). E allora: i tilacini del futuro, i mammut, gli enocioni — saranno proprietà privata? Chi ne trarrà vantaggio? Quali disuguaglianze alimenteranno? Quali poteri rafforzeranno?

Ma forse la questione è più semplice. Questa smania di ricreare ci dice che abbiamo un problema con la morte. Quella degli individui in qualche modo la gestiamo, ma la morte delle specie ci appare priva di catarsi, di riti collettivi. Però noi quei riti li abbiamo. Miti, favole, leggende, racconti, sogni: è lì che si raccoglie e si trasforma ciò che altrove va perduto.

Gli Egizi, che di morte se ne intendevano, immaginavano un uccello capace di vivere cinquecento anni, morire e rinascere dalle proprie ceneri. Lo chiamavano Bennu, fenice. Era il custode dell’anima. Custodire l’anima – la nostra e quella del vivente – è l’unico modo per arginare le estinzioni. Per tenerci caro ogni animale, anche il lupo delle favole.

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