E pensare che ai tempi — era il 1975 — di questo disco scrissero di tutto. In primis Giaime Pintor, su Linus, che titolava la sua recensione delusa “De Gregori non è Nobel, è Rimmel” cercando, in un ardito gioco dialettico, di negare valore contrapponendo il premio più importante al vacuo (secondo spirito militante) trucco femminile.
L’accusa incredibile era quella di “ermetismo”, come se la complessità fosse un disvalore. O di ripiegamento sul personale invece che sul politico, in realtà presente con Pablo o Il signor Hood che — se fatti a slogan — oggi avremmo dimenticato.
Eppure, un capolavoro lo senti dal primo istante: quando metti Rimmel sul piatto è come se il mondo si fermasse. Magia di parole che non hanno significato ma toccano il cuore in profondità. “Non c’è niente da capire”: quelle parole, quella musica, agiscono a un livello emotivo, non razionale.
Rimmel oggi è più fresco di ieri, vedi il successo del tour che lo porta in giro per l’Italia. La nuova edizione gli rende giustizia: il vinile è apribile, ci sono due foto come in originale e, finalmente, i testi. Vale la pena anche il cd, contenuto in un picture disc con Rimmel e Piccola mela come nel 45 giri di allora. Volendo, c’è pure la cassetta. Serve riascoltarli oggi: se c’è una cosa di cui abbiamo bisogno, è un po’ di bellezza.