Pasolini pubblicò Le ceneri di Gramsci nel 1957, quando morì Curzio Malaparte. Curioso. Quelle poesie mi furono regalate che ero un minorenne, da un giovane intellettuale della Fgci. Studiava architettura, si chiamava Gianfranco. Non so quando le lessi, ma quando morì Pierpà il libro me lo rigiravo tra le mani mentre invitai l’intellettuale a fare un giro in Alfa Romeo Giulia che guidavo senza patente. Venne. Io tra gli zii e gli scellerati avevo imparato a guidare da Brunetto La Bestia che portava l’auto seduto su un bidone di vernice degli imbianchini. Mentre sfidavamo la morte ballava con il culo sul barattolone. Ebbene, con Gianfranco a bordo, feci anche io il rodeo. Superavo a destra, mettevo la Giulia di traverso, puntavo chi sopraggiungeva a sinistra per costringerlo a frenare o andare fuori strada. Il lettore di Pasolini era muto, però non si fece la pipì addosso. Ecco, in questi giorni ho pensato che in quella folle corsa io ero più Pasolini e i suoi conoscenti di quanto il giovane della Fgci conoscesse il poeta silenzioso, con la dizione dolce. Il poeta delle Croci.
Mi manca proprio l’Alfa Gt che ora Stellantis vuole riproporre con un motore da 500 cavalli. L’Alfa Romeo non avrebbe mai dovuto smettere di produrla, anzi, avrebbe potuto allungarla di passo, dotarla di un sei cilindri tremila e la Porsche, noi italiani, l’avremmo strozzata nella culla.
Pensavo a Che cosa sono le nuvole?, il frammento di Capriccio all’italiana dove Totò e Davoli sono gettati nella discarica mentre non si perdono di godere del cielo. Allora ho riascoltato l’omonima canzone cantata da Domenico Modugno su testo di Pier Paolo e mi sono detto che è mille volte superiore al mondiale Volare. È un carillon immobile nella corte di Velázquez; è ariostesco, metastasiano, ha il tono struggente degli uccelletti che appaiono in L’usignolo della chiesa cattolica: «Non senti i figli?/O lodoletta/canta in un’alba/di eterno amore…». Il pettirosso, l’allodola dell’immaginario rondista, del Brozino e del suo Principino che stringe stringe l’uccelletto in una mano con sensualità e ferocia. Vuole baciarlo e al contempo ucciderlo. Come le tante croci che sono simboli e oggetti di morte e pure giochi: le spade di legno dei bambini remoti. Una di quelle spade Pasolini la trasformò in cric per affrontare i borgatari ostili. Anche Il libro delle croci è a forma di croce. Come le croci d’oro dei giovani vitelloni borgatari al mercato di piazza Vittorio, i figli dei cannibali come mi ripeteva Sergio Citti, la vera “Mente Barbarica” (mi illuminò la Betti quando aspettavo Sergio sul set di Fratella e Sorello); i cannibali appunto: «Pensavamo che i polli c’avevano quattro gambe. Poi co’ Pierpà in rosticceria ho scoperto che c’aveveno du’ gambe (Citti)». Capito ragazzi!? Ancora nei Cinquanta sotto le baracche gli eredi dei sanguinari e feroci romani mangiavano gatti e cani.
Io, Pier Paolo Pasolini e quella mattina all’Idroscalo
Ancora le croci, dunque. Stracci muore in croce schiattato dalla ricotta; il figlio di Mamma Roma muore mimando la croce; Accattone, in quella Roma meravigliosa di luce a calce, spira leggero appena deposto dalla croce e sale in cielo mentre Balilla si segna con dietro la croce eretta sul monte dei Cocci. E poi l’adoratissimo Rosso Fiorentino… Il Vangelo… un campo sterminato di croci e una sola Madonna: sua madre Susanna.
Poi i maglioni a V, che continuo a indossare, non per mostrare il corpo palestrato ma il fisicaccio o la libertà di spogliarsi al volo e tuffarsi nel Tevere come fa sempre Franco Citti in Accattone: «Vojo morì co’ tutto l’oro addosso come li faraoni». L’oro! l’oro! l’oro! e non il metallo con i teschi che invadono le dita di chi non sa cosa è l’oro e i commerci delle polizze al Monte di Pietà. Pier Paolo Pasolini me lo voglio ricordare nei dettagli che vanno a parare tutti in quel Castello di Rovine che è Petrolio. A Cecafumo, tra l’aereoporto di Centocelle e i nuovi palazzoni di via Tuscolana, già nel 1961 reclutava ragazzi di vita a decine prima di trasformare il cielo della Grande Rovina narrativa in «non ha colpa l’azzurro/d’essere azzurro» (uno dei suoi più terribili cieli irreali). E poi gli occhiali neri come Onassis che non sono indossati per celare lo sguardo bensì per abbassare la visiera del lupo fin dentro il camposanto della sua faccia da coatto, da cravattaro, di uno che se lo osservi bene ha il naso appiccicato, i capelli che sembrano un parrucchino, le labbra sottili da perfido. Quei due tagli di pelle ai lati hanno i tratti di un cadavere che vive animato da una disperata vitalità.
Non voglio parlare della sua morte. L’hanno fatto, lo faranno. Voglio ricordare l’amore per Tuscania. Né desidero affrontare lui e Yukio Mishima. Delle dissolvenze sacre. Una “non offesa”, l’altra “offesa”. Amo ricordarlo nel suo Maggiolino su e giù per la Casilina quando Alberto Arbasino ironizzava su di lui e in seguito per replicare all’Alfa Gt comprò proprio una Porsche bianca. Solo, infatti, in un certo Nord e a Roma credono che fosse un’auto da corsa. L’ho avuta. Falso. Era quella di un tempo, fino al modello 967 Carrera, un’automobile che sull’anteriore beccheggiava, priva di grip, e col motore sempre arso al quale ogni duemila chilometri bisognava aggiungere olio. Oddio!, per sempre il Gt con cambio snodabile a membro, reattivo a rimettersi dritto dopo un testacoda. Non era una bara volante. Era il vanto dei meccanici, gommisti, paraculi; e i carburatori potevano cantare se li puliva Zoffietto: un carburatorista che ci montava i tromboncini affinché il motore suonasse tutta la musica leggera italiana che Pierpà amava. Come le canzoni che le coppiette cantavano insieme, le donne mentre spicciavano casa. Che Pasolini ascoltava sorridendo. Amo ricordare una sera a cena con Dino Pedriali che lo fotografò nudo nella torre di Chia. Mi voleva fare un ritratto, invece se ne volò via per sempre a Bologna. Tante croci e sesso e poca luna. Del resto Pier Paolo Pasolini fu poeta che amava Pascoli e poeta civile.