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San Francesco e l’invenzione “made in Italy” del presepio

Giotto, Adorazione dei Magi, Cappella degli Scrovegni, Padova

 

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Avvenne la notte del 24 dicembre 1223 a Greccio, in Sabina e il regista fu il fraticello di Assisi. Da quella prima Natività vivente discendono ancora simboli e contraddizioni della nostra identità nazionale
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Il presepe è il Made in Italy della religione. E a inventarlo non poteva essere che il patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi, che dei nostri connazionali riassume i caratteri fondamentali. Creativo, inventivo, fantasioso, appassionato, indisciplinato, pieno di afflato creaturale. In più segnato nel corpo dalle stimmate di una fede bruciante. Serafico in ardore, lo definisce Dante nell’undicesimo Canto del Paradiso.

È lui a mettere per la prima volta in scena il presepe il 24 dicembre 1223 a Greccio, un borgo della Sabina, affidando ai pastori locali il ruolo di protagonisti. Il Giullare di Dio ha intenzione di celebrare l’incarnazione, il più astratto tra i misteri della fede, il dogma incorporeo del dio che si fa uomo per offrire agli uomini il dono del suo corpo transustanziato nel pane della Grazia e nel vino del perdono. Ma non vuole farne la classica sacra rappresentazione, la solita cerimonia da chiesa officiata da preti avvolti in paramenti preziosi che si muovono come att…

Il presepe è il Made in Italy della religione. E a inventarlo non poteva essere che il patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi, che dei nostri connazionali riassume i caratteri fondamentali. Creativo, inventivo, fantasioso, appassionato, indisciplinato, pieno di afflato creaturale. In più segnato nel corpo dalle stimmate di una fede bruciante. Serafico in ardore, lo definisce Dante nell’undicesimo Canto del Paradiso.

È lui a mettere per la prima volta in scena il presepe il 24 dicembre 1223 a Greccio, un borgo della Sabina, affidando ai pastori locali il ruolo di protagonisti. Il Giullare di Dio ha intenzione di celebrare l’incarnazione, il più astratto tra i misteri della fede, il dogma incorporeo del dio che si fa uomo per offrire agli uomini il dono del suo corpo transustanziato nel pane della Grazia e nel vino del perdono. Ma non vuole farne la classica sacra rappresentazione, la solita cerimonia da chiesa officiata da preti avvolti in paramenti preziosi che si muovono come attori consumati tra sfolgorio di candele, sfavillio d’ori e fumi d’incenso. Il Poverello vuole una “cosa commovente” come avrebbe detto Luca Cupiello. Un primo mistero lacrimoso. Da pastori ignoranti e non da chierici vaganti. Perché tutti possano sentire prima ancora di capire. Per lui l’incarnazione deve essere incarnata. Non deve essere la celebrazione solenne di un’astrazione impervia e incomprensibile, ma una partecipazione piena di stupore infantile, una visione velata e rivelata dalle lacrime.

Come dice il suo grande biografo Frate Tommaso da Celano, il santo degli italiani vuole celebrare «il memoriale di quel Bimbo che nacque a Betlemme e con gli occhi del corpo contemplare i disagi della sua infanzia povera, come fu adagiato nella mangiatoia e come, tra il bue e l’asino, se ne stette poggiato sul fieno». Gli “occhi del corpo” sono una poeticissima metafora della carnalità francescana, e dell’empatia italiana, capace di vedere il volto di Cristo in quello di ogni povero cristo. Di fraternizzare con i deboli e schierarsi contro il potere. E improvvisamente, continua il racconto di Frate Tommaso, «da Greccio che era, il paese divenne quasi una nuova Betlemme».

La scena è spoglia e assoluta, alla Peter Brook. Ci sono solo i pastori di Greccio gettati in ginocchio ad adorare la mangiatoia vuota, custodita da un bue e un asino veri. Non ci sono né Maria né Giuseppe. E non c’è nemmeno il Bambino. Improvvisamente sulle litanie dei frati si leva la voce di Francesco che prolunga la sillaba iniziale di Betlemme in un Beeeeetlemme che fa risuonare il belato dell’Agnello di Dio. E rende omaggio ai poveri pastori, incarnazione evangelica degli ultimi che diventano i primi. Sono loro, infatti, e non i potenti, i destinatari della Buona Novella. E sono sempre loro a farsi messaggeri dell’Annuncio angelico.

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A Greccio, insomma, rivive l’istante messianico in cui il creato è sospeso su una lama di coltello in una immobilità cosmica e in un silenzio inviolabile in cui, come dicono le leggende, gli uomini ammutoliscono e gli animali parlano la lingua silente della creazione. L’aura di quella lontana notte del 1223 è resa in tutto il suo splendore da Giotto nella tredicesima delle 28 scene del ciclo dipinto alla fine del Duecento per la Basilica Superiore di Assisi.

Agli stessi anni risale anche il bellissimo presepe scolpito da Arnolfo di Cambio per la basilica romana di Santa Maria Maggiore, dove si conservano le reliquie della mangiatoia in cui sarebbe venuto alla luce Gesù. E che è la fonte di ispirazione di Francesco, non a caso la parola latina praesepium significa proprio mangiatoia.

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Nel tempo, l’eco della meravigliosa invenzione del Fraticello ispira gli infiniti presepi che da allora sono diventati una cifra caratterizzante della devozione italiana, lasciando una traccia indelebile nell’intero mondo cristiano, soprattutto quello cattolico. In effetti, il presepe è la Buona Novella che diventa presente. È la Natività che rinasce. E ogni anno si fa storia viva. Universale e locale. Perché ogni paese ne fa lo specchio di sé stesso. In Sicilia i pastori somigliano ai pupi. In Veneto, in Friuli e in Trentino la grotta di Betlemme si trasferisce sulle Alpi, la Sacra Famiglia è scolpita nel legno e i pastori vestono i costumi tradizionali. A Roma la scenografia è costituita da scorci e angoli della capitale e i pupazzi, nome locale dei pastori, fanno il salterello. In Puglia la Natività viene ambientata nei frantoi ipogei salentini con i pastori che ballano la pizzica. A Napoli la nascita di Gesù Bambino avviene in un mare di folla dove sacro e profano si mescolano sullo sfondo del Vesuvio e delle rovine di Pompei. Insomma, il presepe è un plastico del dogma teologico della Natività. Ma è anche arte, tradizione, colore locale. Ethos e pathos, sentimento e passione, rito e teatro. È la vita quotidiana del Belpaese, ma sospesa in un fermo immagine che la consegna all’eternità. Insomma, è il Vangelo tradotto in dialetto.

Ma qualunque sia la lingua, la scenografia, la location, sulla sacra mangiatoia aleggia sempre quello che Fabrizio De André chiamava l’«odore di Gerusalemme» che rende incantato questo giocattolo rituale, lo preleva dalla cronaca e lo trasporta in una dimensione fiabesca. Così il mistero dell’Incarnazione diventa famigliare, casalingo, alla portata di tutti. In fondo è questa doppia natura, alta e popolare, straordinaria e ordinaria, spirituale e materiale, a fare la fortuna secolare del presepe. Innescando un processo di domesticazione del sentimento religioso che trasforma i pastori in lari e penati della casa. Finendo per determinare una autonomia ideativa e costruttiva sempre maggiore, con una crescita progressiva di figure non necessariamente religiose. Così, da oggetto esclusivamente devoto, la rappresentazione della nascita di Cristo diventa un teatro del sacro, dove il divino e l’umano si fondono e si confondono fino alla compromissione reciproca. E soprattutto la costruzione della scenografia e della drammaturgia diventa un soggetto di altissimo artigianato. Sughero, legno, corallo, porcellana, tessuti pregiati, pittura, scultura.

Una filiera celeste, una sacralizzazione del Made in Italy inteso non semplicemente come fenomeno economico ma come stile e tradizione, storia e memoria, modo di vivere e di sentire, di credere e di creare. Insomma, la macchina della Natività, con le passioni e le discussioni che suscita ogni anno, rivela che il cristianesimo è il grande nodo avviluppato dell’identità nazionale. In realtà questo mistero di cartapesta è la vera pastorale italiana.

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