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Libri da leggere, quanti colpi di scena nel romanzo coreano di Bak Sulmi

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Un’insegnante privata, un lutto e un segreto in questo thriller carico di suspense, diventato un caso in patria
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La storia editoriale di Piccoli inganni crudeli, il thriller dell’autrice sudcoreana Bak Sulmi edito da Longanesi nella traduzione di Mary Lou Emberti Gialloreti, è per certi versi tipica del contesto culturale ed economico in cui viviamo, ma anche figlia del Paese in cui nasce, e che sempre più sta affermando il proprio soft power qui in Occidente, per certi versi scalzando quello giapponese degli anni Ottanta e Novanta.

Il libro viene pubblicato la prima volta, solo in versione ebook, nel 2021; inizia però a piacere pressoché subito, e ne viene prodotto un webtoon, ossia un fumetto digitale — un manhwa, per dirlo alla coreana — che esce a episodi, in formato verticale per renderlo più facilmente fruibile su cellulari e tablet, a volte accompagnato anche da musica e animazioni. A qu…

La storia editoriale di Piccoli inganni crudeli, il thriller dell’autrice sudcoreana Bak Sulmi edito da Longanesi nella traduzione di Mary Lou Emberti Gialloreti, è per certi versi tipica del contesto culturale ed economico in cui viviamo, ma anche figlia del Paese in cui nasce, e che sempre più sta affermando il proprio soft power qui in Occidente, per certi versi scalzando quello giapponese degli anni Ottanta e Novanta.

Il libro viene pubblicato la prima volta, solo in versione ebook, nel 2021; inizia però a piacere pressoché subito, e ne viene prodotto un webtoon, ossia un fumetto digitale — un manhwa, per dirlo alla coreana — che esce a episodi, in formato verticale per renderlo più facilmente fruibile su cellulari e tablet, a volte accompagnato anche da musica e animazioni. A questo punto, si inserisce l’ultimo salto, quello tipico di opere del genere in questi tempi che viviamo, in cui la distanza tra scrittore e pubblico si è via via accorciata e blog e autoproduzioni sono diventati uno dei principali bacini da cui gli editori vanno a pescare quando si tratta di pubblicare una storia dal successo se non proprio garantito, quanto meno già facilitato dal tam tam virtuale: il libro infine esce anche in versione cartacea e diventa un fenomeno. Se però un’opera viene tradotta e vende è perché ha delle qualità che incontrano il gusto del pubblico, e Piccoli inganni crudeli non fa eccezione: Sulmi ci dimostra infatti che più ancora di cosa si racconta, conta come lo si fa.

Mira ci si presenta immediatamente come «una pessima insegnante privata»; è, in effetti, la prima frase che leggiamo del libro, subito sotto il numero del primo capitolo. Viene da un’esperienza estremamente traumatica, dato che un anno prima ha tragicamente perso la madre e il fratello minore. Esercita la sua professione presso la casa di un’agiata famiglia, di cui rapidamente conosciamo i tre membri: Yujae, il figlio minore, è cresciuto all’ombra di Yuchan, geniale primogenito lanciato verso una luminosa carriera nella società coreana, e quest’ultimo è adorato dalla madre Jiwon, che proietta su di lui tutte le proprie ambizioni. L’intera storia — invero piuttosto breve, il libro conta 200 agili pagine, stampate in un carattere abbastanza grande e con ampi margini — gira intorno a queste quattro figure, all’uccisione di un cane e al perché Mira sia effettivamente una cattiva insegnante. Si scoprirà ben presto, però, che Mira non è la peggiore tra i protagonisti della storia. Val la pena non rivelare altro della trama, perché i thriller vivono soprattutto di colpi di scena, e Sulmi non li lesina, soprattutto perché sceglie di dare alla sua storia una forma tutta particolare: si tratta in parte di un romanzo epistolare. Il libro si apre infatti con una lettera di Mira a Jiwon, e continua con un botta e risposta che tira pian piano in ballo tutti i personaggi; che si tratti di lettere, o dei pensieri intimi di ciascuno, Sulmi ci cala nella testa di ognuno di loro, mostrandoci la stessa storia da quattro punti di vista differenti. Il meccanismo funziona alla grande, perché ogni pezzetto ci svela una parte della trama, mettendo in luce elementi che di volta in volta sparigliano le carte in tavola, lasciando il lettore fino all’ultimo col dubbio di chi sia il vero villain della storia.

Il grado di coinvolgimento, va da sé, è molto alto: Piccoli inganni crudeli sembra quasi un libro game, come quelli che andavano negli anni Ottanta, in cui il lettore era chiamato come parte attiva nella storia, cercando di dipanare gli indizi e in parte decidendone con le sue scelte l’andamento. Il lettore è parte integrante del racconto di Piccoli inganni crudeli; il narratore è sempre e dichiaratamente non attendibile, e il pezzo della storia che conosce parziale. Chi legge è l’unico a conoscere — ma solo alla fine — il quadro complessivo della storia. Contemporaneamente, lo stile di Sulmi è particolarmente asciutto, un tratto che lo rende adeguato a una storia del genere. Questo però non significa che il libro sia solo un gioco tra chi l’ha scritto e il lettore: appena sotto la superficie del thriller appare uno spaccato particolarmente impietoso della società coreana, sebbene non del tutto nuovo per chi ha già frequentato la letteratura di quei luoghi. Il classismo, l’accento sempre posto sulla performatività, i figli vissuti come opportunità di scalata sociale, più che come persone da amare e aiutare a crescere, sono temi che emergono con chiarezza dal racconto, senza al contempo mettere in ombra riflessioni più intime sulla maternità, il dolore e la vendetta.

Le feste, il tempo principe per godersi libri come questo, sono passate, ma l’intrattenimento di qualità di Piccoli inganni crudeli resta sempre godibile; un buon thriller dalla struttura originale per chi vuole divertirsi, sì, ma anche capire un po’ meglio un Paese che ci è sempre più vicino.

Il libro

Piccoli inganni crudeli di Bak Sulmi (Longanesi,

traduzione di Mary Lou Emberti Gialloreti, pagg. 208, euro 16,90)

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