Due uomini in una buca sotto terra, il ronzio dei droni sopra la testa, colpi che esplodono a intervalli irregolari, l’attesa. Il protagonista, un volontario mezzo polacco e mezzo ucraino che conosciamo soltanto con il nome di battaglia “Cavallo”, e il soldato ucraino Pantegana sono bloccati «sulla riva sbagliata del Dnipro», in quella porzione di fronte che i militari chiamano «linea zero»: il punto più avanzato, dove la distanza dal nemico si misura in poche centinaia di metri e la probabilità di morire, in minuti. È da questa immobilità che prende forma il nuovo romanzo di Szczepan Twardoch, non da uno slancio epico ma dall’intrecciarsi di una serie di voci che salgono da quel nascondiglio, di storie che via via si raccontano, di vite di uomini che hanno scelto la guerra come orizzonte di vita. Cavallo, Pantegana, Ariano, Mirtillo, Scimmia, Leopardo, Sciabola, Sciacallo: ognuno ha un motivo diverso per essere lì a giocare a scacchi con la morte, in quella guerra che forse finirà, o…
Due uomini in una buca sotto terra, il ronzio dei droni sopra la testa, colpi che esplodono a intervalli irregolari, l’attesa. Il protagonista, un volontario mezzo polacco e mezzo ucraino che conosciamo soltanto con il nome di battaglia “Cavallo”, e il soldato ucraino Pantegana sono bloccati «sulla riva sbagliata del Dnipro», in quella porzione di fronte che i militari chiamano «linea zero»: il punto più avanzato, dove la distanza dal nemico si misura in poche centinaia di metri e la probabilità di morire, in minuti. È da questa immobilità che prende forma il nuovo romanzo di Szczepan Twardoch, non da uno slancio epico ma dall’intrecciarsi di una serie di voci che salgono da quel nascondiglio, di storie che via via si raccontano, di vite di uomini che hanno scelto la guerra come orizzonte di vita. Cavallo, Pantegana, Ariano, Mirtillo, Scimmia, Leopardo, Sciabola, Sciacallo: ognuno ha un motivo diverso per essere lì a giocare a scacchi con la morte, in quella guerra che forse finirà, o forse no, perché l’Iliade, a pensarci bene, non è mai finita.
Mentre il tempo al fronte sembra sospeso, la mente di Cavallo torna indietro: alla Slesia della sua famiglia, un territorio già di per sé attraversato da identità sovrapposte — polacca, tedesca, ucraina — e poi alla vita precedente, una vita europea, colta, protetta dalla routine dei giorni fino a quando quella quotidianità non viene travolta da un evento drammatico, Cavallo decide di arruolarsi nella Legione internazionale e partire per l’Ucraina per espiare una colpa irredimibile.
Cavallo, come Bardamu, non è un eroe, ma in questo suo viaggio al termine della notte prova a capire se anche per lui ci sarà un’alba, se la vita di prima potrà tornare per lui e per gli altri, anche se- per tutti noi oggi — pare proprio in questo momento così lontana.
Ma se Céline raccontava la guerra come un vortice di movimento, Twardoch la narra soprattutto come una forma di attesa: si aspetta il prossimo bombardamento, si aspetta un ordine che forse non arriverà, si aspetta la fine del turno, la rotazione, la possibilità di uscire da quella trappola di fango e cemento, come in una Fortezza Bastiani in cui però i Tartari ci sono, eccome, e si fanno sentire. Pantegana, Cavallo e gli altri sono, come Vladimiro e Estragone, figure sospese in un tempo che non scorre davvero, impegnate in gesti minimi, aspettando un Godot che non arriva. Mentre fuori dal buco, sulle teste degli uomini, infuria la guerra. «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie», scrive il ventenne Ungaretti dalla sua “linea zero” sul fronte orientale, nel luglio del 1918. L’esistenza dei soldati di Twardoch ha esattamente quella precarietà: una vita appesa a un filo sottilissimo, pronta a cedere da un momento all’altro.
La linea zero diventa così una soglia, il punto oltre il quale le categorie abituali smettono di funzionare. Gli uomini non contano più in base alla carriera, alla biografia, alle convinzioni politiche. Sono vita nuda, esposta, un grumo di carne: sana, ferita o in attesa di morte. Con questa sola consapevolezza Cavallo affronta il suo duplice viaggio nel cuore di tenebra, la sua discesa verso il proprio dolore privato che lo ha portato laggiù e verso il punto più oscuro di quella guerra per la quale si è arruolato volontario perché sa che senza l’arrivo di Sparta — ovvero di un aiuto esterno — i Melii non hanno alcuna possibilità di scampare alla violenza bruta degli ateniesi. Cavallo, che nella vita precedente era un professore, un uomo di cultura, ricorda benissimo il racconto di Tucidide sulla Guerra del Peloponneso. Gli ateniesi chiesero agli abitanti dell’isola di Melo di schierarsi dalla loro parte nel conflitto con Sparta, ma questi ultimi vollero mantenere la propria indipendenza nella contrapposizione tra le due grandi città. Di fronte a questo rifiuto, gli ateniesi risposero che li avrebbero massacrati perché potevano, perché erano i più forti e perché al mondo così vanno le cose: i più deboli devono arrendersi ai più forti. Fu quello che successe: gli spartani non arrivarono e i Melii morirono tutti. Questa è stata la prima lezione di realpolitik del mondo antico, una lezione che Cavallo però non accetta.
Ma la linea zero non è soltanto il punto più avanzato del fronte, è anche il luogo in cui il senso si azzera. Un deserto dei tartari dove la guerra mostra la propria radicale insignificanza. Raccontare la guerra oggi significa confrontarsi con la sua opacità, con la sua incapacità di produrre significato. Eppure è l’unica cosa che valga la pena di raccontare, perché la sola cosa che nasce dalla guerra sono le storie.
Il libro
La linea zero di Szczepan Twardoch (Sellerio, traduzione Silvano De Fanti, pagg. 384, euro 16)