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Laurie Anderson: “La musica deve vincere sull’odio”

Laurie Anderson: “La musica deve vincere sull’odio”

Dall’elettronica visionaria di “O Superman” alle ombre del presente, l’artista americana mette in fila le ferite del suo Paese. E torna a esibirsi in Italia con “Republic of Love”

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Roma. Incontrare Laurie Anderson all’American Academy è come trovarsi davanti a un libro misterioso e affascinante, uno di quelli che ti cambia la vita. C’è un filo sottile ma inossidabile che lega l’avanguardia newyorchese degli anni Settanta all’inquietudine tecnologica e politica del nostro presente, e al centro di questo cortocircuito c’è sempre stata lei: pioniera della performance art, musicista, regista e storyteller, ha ridefinito le regole di tutti questi mondi fin da quando, nel 1981, il suo spoken word O Superman – che in Italia tutti ricordiamo per un’allucinante pubblicità che dava informazioni sull’Aids – portò a sorpresa l’elettronica minimale e l’alienazione contemporanea in cima alle classifiche pop. Da allora, il suo violino a nastro magnetico e la sua voce filtrata hanno continuato a esplorare i confini tra arte visiva, teatro e suono. Ma la sua traiettoria è anche legata indissolubilmente a una delle storie d’amore più profonde e affascinanti della cultura underground: quella con Lou Reed. Anime opposte in apparenza, lei artista concettuale legata alla tecnologia, lui maudit con una delle band più importanti di tutti i tempi, i Velvet Underground: un sodalizio artistico e umano durato fino alla scomparsa di Lou nel 2013.

Nei suoi spettacoli c’è sempre un intreccio forte tra autobiografia, politica, letteratura e musica. Oggi, forse più che mai, queste dimensioni appaiono inseparabili.

«Quando ho cominciato a lavorare a questo progetto, The Republic of Love a Vienna, mi avevano chiesto un intervento sull’ascesa del fascismo in Europa. Dovevo parlare di amore e governo, di amore e giustizia. Sono partita da una frase di Cornel West che per me resta fondamentale: “Non dimenticare mai che la giustizia è ciò che l’amore assume come forma nello spazio pubblico”. Ecco perché ho intitolato questo spettacolo The Republic of Love. Ma nel frattempo siamo entrati in un’altra fase storica e oggi nel mio Paese sia la giustizia, sia l’amore purtroppo, sembrano essersi ritirati dalla scena pubblica».

Ha la sensazione che negli Stati Uniti di oggi la paura sia diventata davvero un sentimento quotidiano?

«Sì, assolutamente. I giovani hanno paura, e in più non hanno una vera tradizione di controcultura su cui appoggiarsi. La mia generazione aveva un mondo: musica, vestiti, film, modi di vivere. Oggi molti ragazzi faticano semplicemente a trovare un lavoro o a pagare l’affitto. E intanto crescono in una cultura in cui la violenza è dappertutto: nei film, nel linguaggio politico, nell’immaginario. A un certo punto ti chiedi quale sia stato il punto di non ritorno. Per me è stato Sandy Hook (il 14 dicembre 2012, presso la Sandy Hook Elementary School, il ventenne Adam Lanza, dopo aver assassinato la madre, uccise 20 bambini tra i 6 e i 7 anni e sei insegnanti, ndr). Se una società accetta il massacro di bambini in nome del diritto a possedere armi, allora qualcosa si è davvero spezzato in modo irreparabile».

La colpa è di Trump o di chi lo ha eletto?

«Quando vedi una situazione del genere – e non è raro nemmeno in Europa oggi che si viri a destra alla ricerca di un leader forte, è quasi un cliché – basta guardare all'Italia. Lui ha detto: "Vi intratterrò", e il suo intrattenimento consiste nel farci guardare il suo social Truth ogni cinque secondi. Quando c'era Berlusconi in Italia era una cosa simile credo: tutti dicevano: "Sai cosa ha detto Berlusconi? Ci credi a quello che ha fatto?". Era una sorta di intrattenimento nazionale. Pensi: "Chi è questo tizio? È pazzo, come fa a essere al potere?". È più pazzo di Re Giorgio. Abbiamo fatto una rivoluzione nel 1776 per sbarazzarci di quel pazzo, e quest'uomo lo è ancora di più. Eppure i suoi seguaci pensano: "Se sto con lui, non verrò ucciso, e magari avrò un po' di potere anch'io". Per cui, pensando a chi lo ha eletto, io credo che questa rabbia covasse da cento anni o più. È la rabbia di persone che non si sentono viste, che si sentono delle nullità e che sono state addestrate alle armi e alla violenza. Se guardi i nostri film, parlano tutti di tizi con le pistole che si fanno saltare in aria a vicenda. Spararsi fa parte della nostra cultura. Però prima c’era anche molto, molto altro: ora siamo in una sorta di Zombieland dove i ragazzini pensano semplicemente: "Ora ti sparo". Ma non è colpa loro naturalmente. Però ne subiscono gli effetti».

Una proiezione di William Burroughs durante lo spettacolo di Laurie Anderson

Una proiezione di William Burroughs durante lo spettacolo di Laurie Anderson

 

Come si è arrivati a questo?

«Io lavoro con le storie, quindi guardo a quello che sta succedendo e mi chiedo: che storia è questa? E oggi spesso mi sembra la storia inventata da un re folle. Il problema è che quando un potere del genere domina la narrazione, pochissime persone hanno il coraggio di dire di no al re. Eppure è proprio lì che gli artisti devono stare: non tanto a semplificare, ma a cercare di capire che cosa sta succedendo davvero dentro questo racconto».

Pensa che oggi esista un rischio reale di frattura ancora più profonda, quasi da guerra civile?

«Sì, il rischio esiste. Però cerco di non farmi dominare da questa idea. Mi interessa di più guardare ai gesti di coraggio, alle persone che si aiutano a vicenda, ai luoghi in cui resiste un senso di comunità. Sono cresciuta con l’idea che gli americani fossero persone pronte ad aiutare il vicino. Oggi vedo ancora quella possibilità, anche se convive con un livello di rabbia enorme. Una delle cose che ho imparato dal buddismo è che, se vai molto a fondo dentro la rabbia, trovi quasi sempre un cuore spezzato».

C’è un altro tema molto forte nel suo lavoro: la trasformazione del dolore in voce, in presenza. Penso al modo in cui continua a parlare di Lou Reed anche dal palco.

«Lou aveva una qualità rara: un’enorme empatia. Scriveva canzoni guardando i personaggi senza giudicarli. Era un osservatore, quasi come Shakespeare. E questa capacità resta nella musica, nelle persone, continua a circolare. È così che certe presenze non scompaiono davvero. In questo periodo sto riflettendo su come guardiamo i pensieri, su quanto spesso siano le nostre interpretazioni a tormentarci più dei fatti stessi».

Nello spettacolo interpreta “Junior Dad”, che è uno dei momenti più toccanti di “Lulu”, il disco di Lou con i Metallica. Come mai?

«Perché è una canzone che amo profondamente. E so che è stata un’esperienza fortissima anche per i Metallica. Credo che in quel brano entrassero in gioco molte cose: il rapporto di ciascuno con i propri padri, e una vulnerabilità emotiva che non sempre gli uomini sono abituati a condividere fra loro. I Metallica forse pensavano di trovare davanti a sé un personaggio duro e impenetrabile, e invece si sono trovati davanti qualcuno che li ha messi completamente a nudo».

Oltre a Lou nel concerto appaiono anche figure come Bob Dylan e William Burroughs: perché?

«Perché mi sento più protetta quando penso di essere in compagnia di queste figure che continuano a vivere nella loro musica, scrittura, arte. E così cerco di tramandarle nelle menti delle persone, dei più giovani che magari non li conoscono bene».

Nelle sue performance c’è un rapporto molto libero con la forma, quasi una necessità di improvvisare.

«Sì, per me è essenziale. Anche quando uno spettacolo ha una struttura precisa, deve restare uno spazio aperto. L’improvvisazione non è un ornamento: è il modo in cui il pensiero resta vivo. È ciò che permette alla performance di respirare e di cambiare ogni volta».

A luglio sarà a Umbria Jazz con la band Sexmob: che concerto farà?

«Mi piace l’idea di portare il mio lavoro in un festival che ha una storia così forte, ma anche una curiosità vera verso i linguaggi laterali. Mi interessa sempre molto il rapporto con il contesto, con il pubblico. C’è sempre una parte del nostro concerto che nasce lì sul momento, perché lo spazio e il pubblico cambiano sempre quello che fai».

E che cosa ti aspetti dall’Italia, oggi, tornando in scena qui?

«Ogni volta che torno sento un’attenzione speciale per il racconto, per il pensiero, per le sfumature. Ed è una cosa che amo molto. In tempi così confusi, incontrare un pubblico disposto ad ascoltare davvero è qualcosa di prezioso».

IL PROGRAMMA DI UMBRIA JAZZ

Umbria Jazz si terrà a Perugia dal 3 al 12 luglio all’Arena Santa Giuliana e al Teatro Morlacchi con Sting (3), Zucchero (11), Jon Batiste (5),Elvis Costello (12), Stefano Bollani (9), Gilberto Gil (10),Perigeo (4), Charles Lloyd (6), Paolo Fresu (4), Terence Blanchard & Ravi Coltrane (6), Bill Frisell (9), Snarky Puppy e Metropole Orkest (8) e molti altri. Il programma completo dal 4 maggio. Tutte le info su umbriajazz.com

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