Un viaggio metafisico senza fine
di Valeria ParrellaGiorgio de Chirico, Enigma della partenza (anni Trenta. Olio su tela Fondazione Magnani-Rocca, Mamiano di Traversetolo, Parma) / ©Pinacoteca di Brera, Milano – MiC © Carlo Carrà, by SIAE
Milano – Modernità e malinconia è il sottotitolo della mostra stratificata, “complicata” composta da Vincenzo Trione in quattro edifici chiave della storia architettonica e espositiva milanese (fino al 21 giugno): Palazzo Reale, Museo del Novecento, Gallerie d’Italia e Palazzo Citterio: Metafisica/metafisiche (tra titolo e sottotitolo: quattro “m” iniziali, il primo dei giochi). L’idea della mostra diffusa, con tre aperture contemporanee, una successiva, vuole da un lato rispettare le esposizioni d’origine di alcuni pezzi in mostra, i luoghi che li ospitavano già, dall’altro dare forse l’idea che sia possibile congiungere le esperienze. Che non sono, esse, compartimenti stagni e, insieme, (invece/ anche) dare un tempo diverso al visitatore. Per vederle tutte devi fisicamente uscire e attraversare strade, reimmergerti nella parte più viva e simbolica di Milano, accettare il disordine, il via vai, le intrusioni del mondo, poi conquistarti un nuovo tuffo, altrove.
Milano – Modernità e malinconia è il sottotitolo della mostra stratificata, “complicata” composta da Vincenzo Trione in quattro edifici chiave della storia architettonica e espositiva milanese (fino al 21 giugno): Palazzo Reale, Museo del Novecento, Gallerie d’Italia e Palazzo Citterio: Metafisica/metafisiche (tra titolo e sottotitolo: quattro “m” iniziali, il primo dei giochi). L’idea della mostra diffusa, con tre aperture contemporanee, una successiva, vuole da un lato rispettare le esposizioni d’origine di alcuni pezzi in mostra, i luoghi che li ospitavano già, dall’altro dare forse l’idea che sia possibile congiungere le esperienze. Che non sono, esse, compartimenti stagni e, insieme, (invece/ anche) dare un tempo diverso al visitatore. Per vederle tutte devi fisicamente uscire e attraversare strade, reimmergerti nella parte più viva e simbolica di Milano, accettare il disordine, il via vai, le intrusioni del mondo, poi conquistarti un nuovo tuffo, altrove.
In questo senso è “complicata” e non complessa, anzi: complessa non lo è per nulla perché avere un corpus di opere vasto aiuta l’esegesi. Hai la possibilità di approfondire subito quello che non conosci, di affinare quello che conosci già. Le didascalie la schematizzano, dunque la rendono semplice: metafisica e moda; metafisica e design; metafisica e architettura; metafisica e televisione. In certe sue parti è una mostra così nuda che acquisisce un valore educativo. E tuttavia, pur essendo immediata nella fruizione delle singole parti, bisogna accettare di viverne le varie parti, metterla assieme. E in che modo? Secondo quale ordine? Con quali tempi? Questo lo sceglie il visitatore, e questo la rende una mostra attiva che pretende una decisione. Ma non è solo il piano decisionale che viene coinvolto: è proprio un piano emotivo.
In quattro luoghi seppur vicini di Milano c’è un discorso che si snoda, che mi aspetta, e la cui sintassi sto decidendo io, a caso o per intenzione. Quanto questo sia efficace, non so dire. È una domanda che mi faccio anche nei festival letterari quando essi si svolgono nelle grandi città, per esempio BookCity a Milano, quando tra una conferenza e una presentazione devi metterci due linee di metro o una corsa sotto la pioggia. Tento una risposta alla fine. Ma intanto direi che questi due concetti: semplice quasi elementare & complicato che ho usato per la mostra si possono usare per l’avanguardia nata nel 1917 lì a Ferrara, mentre impazzava la Grande Guerra. Perché cosa altro è la Metafisica se non il mettersi davanti a ciò che è semplice e problematizzarlo? Cosa se non il cercare in sé il riflesso di un oggetto altrimenti consueto, in sé nel senso di guardarlo finché non ci riguarda? Così vollero i metafisici, così, credo, vuole il curatore Trione.
Matia Bazar: Aristocratica, 1984. Copertina di Occhiomagico (Giancarlo Maiocchi). Vinile, collezione privata
Noi stiamo davanti a una statua, a un’ombra, a un portico, al profilo di un treno che passa e non restiamo aderenti a quella fisica. Il titolo allude a quello che accade su un livello della mostra: cioè sostanzialmente si racconta al visitatore che aveva egli già incontrato l’avanguardia metafisica tantissime volte e non lo sapeva, si esplicita che nelle sfilate di Etro (collezione F/W, 1997), nel design di Gio Ponti (Orcio Prospettica per Richard Ginori, 1925 circa) nei fumetti di David Mazzucchelli (Asterios Polyp, Coconino Press, 2009) e nelle cover dei Matia Bazar (Aristocratica, 1984) c’erano omaggi espliciti o iniezioni implicite di Metafisica. Che quindi quegli artisti chiamati a servire come soldati, che se la inventarono innervano due secoli e, per farlo, si moltiplicano – quanta parte ebbe Ferrara, la sua bruma, il luogo da Montagna incantata che ospitò De Chirico, quanto è facile comprendere come questi grandi ingegni alienati dal mondo che rugge costruiscono altri possibili mondi.
Etro, Ritratti, collezione primavera/estate, 1997-1998. Fotografia di Christopher Griffith
«La Metafisica è ovunque, simile a un orizzonte infranto, i cui detriti riemergono un po’ dappertutto» scrive Trione nel catalogo monster edito da Electa (pagg. 603, euro 60) che ospita immagini su carta fotografica e testi di una cinquantina di pensatori e studiosi tra cui segnalo qui per motivi di spazio solo quello di Andrea Cortellessa su Giorgio Manganelli, quelli di Stefano Bartezzaghi su “enigma” e “ironia” e quello di Carlo Greppi di cui dirò ancora. Ma bisogna tornare al sottotitolo: modernità e malinconia. Modernité è la parola che Charles Baudelaire scelse per descrivere un umore: quello dell’uomo presente al suo tempo che ha incorporato in sé l’esperienza della città, che si affaccia a un mondo borghese abbandonando le tradizioni contadine e pastorali, che non si rivolge al classico. Il classico in questo senso è l’antitesi esatta della modernità: la modernità è mobile, dipende da dove punti il compasso, la linea del tempo, è liquida si dirà agli inizi del Duemila, nel senso che è in divenire. Il classico è invece ciò che ci guarda e si perpetua, ciò da cui partiamo, il sentiero già battuto dunque sicuro.
È da questo scarto che nasce la malinconia: l’incontro che non risolve, essendo la metafisica il grande altrove a cui è destinato l’homo faber da un certo punto della sua storia in poi.
Greppi, dicevo, firma un pezzo magnifico in catalogo, che racconta di come il fascismo si appropriò dell’immaginario metafisico come stampo teorico su cui riorganizzare le proprie città, a partire dalla vituperata Roma (come sempre fanno i marginali quando partono dai margini: odiano ciò a cui ambiscono) e infatti, quando poi ci arriva, a Roma, nonostante Stato della chiesa e monarchia, è lì che tenta la manifestazione architettonica del totalitarismo (qui Greppi è speranza e monito: dice che anche nei peggiori totalitarismi sacche di resistenza vivono, e però anche ricorda che le strade delle grandi imprese sono lastricate di morti). A sua cura c’è un video di contestualizzazione storica, atroce. Maschi vestiti di nero, nere le anime, invadono gli spazi urbani, costretti a o contenti di marciare sulle macerie di un Paese che usciva distrutto dalla Prima guerra mondiale. Lì, nell’appropriazione degli spazi architettonici, lì nei borghi sventrati, nelle case abbattute, tra gli sfollati vengono create le piazze e le strade che devono ospitare le grandi parate, le manifestazioni, le braccia tese, il monumento al milite ignoto inaugurato senza che fosse finito, lì si pietrifica l’avanguardia. È un filmato spaventoso e vivissimo che si lega in maniera sempre più evidente al mondo fuori, riecheggia nella storia così recente che già solo il tempo di uscire da un palazzo per raggiungerne un altro, già altri uomini altre piazze, altri echi di guerra ci raggiungono: il percorso espositivo non finisce, come la metafisica, forse il senso è qua.