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Quello che Berlino non dice. Il libro di Mathias Enard

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Lo scrittore francese comincia dalla capitale tedesca una tetralogia dedicata ai luoghi. Con uno sguardo fuori da ogni schema che ci porta molto lontano
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È come se il discorso fosse cominciato altrove, come se l’orecchio del lettore si sintonizzasse su una certa e speciale frequenza a programma già iniziato. È però il bello di una scrittura che somiglia a una voce, di un progetto letterario connotato da un peregrinare che non produce trame ma senso. O quantomeno lo cerca: l’uomo che dice io è appena uscito dalla clinica berlinese dove è andato a trovare un’amica ricoverata dopo un ictus – un’amica che gli sta davvero a cuore, a cui deve riconoscenza. «E si trovava in uno dei rari edifici in funzione di quello che alla fine dell’Ottocento era stato il più grande sanatorio europeo».

Lì erano stati curati anche i feriti della Prima guerra mondiale, e al narratore questo dettaglio offre il pretesto per ragionare sulla «frontiera con il nulla», sulla membrana invisibile che separa i tempi, le epoche; noi vivi nel presente e i «passati sulla Terra» («fra gli ottanta e i duecento miliardi di individui»). E d’altra parte è un libro che cerca e…

È come se il discorso fosse cominciato altrove, come se l’orecchio del lettore si sintonizzasse su una certa e speciale frequenza a programma già iniziato. È però il bello di una scrittura che somiglia a una voce, di un progetto letterario connotato da un peregrinare che non produce trame ma senso. O quantomeno lo cerca: l’uomo che dice io è appena uscito dalla clinica berlinese dove è andato a trovare un’amica ricoverata dopo un ictus – un’amica che gli sta davvero a cuore, a cui deve riconoscenza. «E si trovava in uno dei rari edifici in funzione di quello che alla fine dell’Ottocento era stato il più grande sanatorio europeo».

Lì erano stati curati anche i feriti della Prima guerra mondiale, e al narratore questo dettaglio offre il pretesto per ragionare sulla «frontiera con il nulla», sulla membrana invisibile che separa i tempi, le epoche; noi vivi nel presente e i «passati sulla Terra» («fra gli ottanta e i duecento miliardi di individui»). E d’altra parte è un libro che cerca e valica frontiere, più invisibili che visibili: confini dello spaziotempo la cui entità genera nello scrittore un’inquietudine malinconica. Malinconia dei confini è d’altra parte il titolo di questo nuovo libro di Mathias Enard pubblicato da e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah; primo tassello di un polittico di quattro volumi: il Nord berlinese, il Sud iberico, l’Est balcanico, l’Ovest americano.

Piove di continuo, un’acquerugiola fredda, o nevischio, mentre Enard cammina e cammina per Berlino e osserva e rimugina e connette segmenti di realtà a libri letti, libri letti a segmenti di realtà. Ne risulta un’amplissima bibliografia, che tiene insieme i camminatori Walser e Sebald (Enard dice a un certo punto che non c’è niente di più vicino alla letteratura del camminare), i romantici Goethe, Schiller e Lenz, fino al nostro Tabucchi, che arriva all’ultima (e sospesa) pagina. Enard è di quegli autori che vanno incontro al mondo con fame intellettuale e curiosità, non potendo prescindere dai libri altrui come lente per mettere a fuoco, o come realtà aumentata.

Occorre abbandonarsi al flusso, come fu per quel geniale romanzo da un’unica frase, Zona, che rivelò il talento di Enard: bisogna assecondare l’io narrante nel suo vagabondaggio materiale e astratto, nella sua esplorazione dei margini, «le marche della letteratura e degli imperi, i campi dove riposano i guerrieri, letteratura dei limiti e poesia dei confini». Ogni pagina è fitta di rivelazioni, di piccole storie che si prestano a illuminare la qualità di Berlino come città-archivio o città-museo dei disastri del Novecento. Dietro la coltre di capitale cosmopolita, con i suoi quartieri ingentiliti, dice Enard, dall’arrivo «dei ricchi del mondo intero», con i suoi «ingorghi di passeggini» e i suoi mercati bio e i negozi «stilosi», ci sono le tracce dei conti ancora aperti con le due creature più spietate del Ventesimo secolo, il nazismo e lo stalinismo.

Enard attraversa i luoghi attraversando frontiere storiche, imbattendosi di continuo in incarnazioni passate e presenti del dolore del mondo. Una statua di Käthe Kollwitz – una madre con il figlio morto in braccio; e un profugo siriano sfigurato dalla sofferenza e dalla paura. Pagine infiammate in cui, dialogando con questo trentacinquenne di nome Rami, Enard «nella bufera gelida dell’autunno berlinese dove impazzavano le grida dei fantasmi» ci mette di fronte tutta «la follia della violenza di guerra» che schiaccia e stravolge chi ne è vittima.

Così funziona questo libro peregrinante e ondivago, apre squarci improvvisi di verità, scommette sull’immaginazione e sul linguaggio, sulla «fantasmagoria» della letteratura come possibilità di oltrepassare i confini della storia nostra e del mondo, e perfino quelli dell’identità e dell’alterità. Di più: «Ci sono in noi linee invisibili che varchiamo senza speranza di ritorno, pensavo mentre il nevischio faceva più fitta la notte berlinese. Ci sono momenti in cui, come un paese di colpo lacerato dalla guerra, ci spezziamo, ci apriamo in due lungo una linea di faglia che preesisteva in noi, invisibile. Alcune frontiere diventano spacchi che ci separano da noi stessi».

Il libro - Mathias Enard, Malinconia dei confini. Nord (e/o, traduzione di Yasmina Melaouah, pagg. 224, euro 19)

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