Bergamo
La carta del Matto è la carta senza numero. Il conteggio dei 22 arcani maggiori comincia con la carta I del Bagatto, etimo incerto, ciarlatano mercuriale circondato da un’aura alchemica. Il numero zero sta prima dell’inizio, per alcuni dopo la fine, comunque a raccordo della circolarità del percorso. Carico di tutte le potenzialità come di tutto il marciume del peccato e della blasfemia, il Matto è la tabula rasa da cui si dipanano le infinite possibilità combinatorie che aprono la narrazione dei Tarocchi a imprevedibili stratificazioni archetipiche.
E come un Matto, anche se ci si mostra in foto come Bagatto, lavorava Italo Calvino al suo Castello dei destini incrociati, un testo costruito con inciampi e piroette strutturali degne della carta senza numero, scritto nel 1973 per Franco…
Bergamo
La carta del Matto è la carta senza numero. Il conteggio dei 22 arcani maggiori comincia con la carta I del Bagatto, etimo incerto, ciarlatano mercuriale circondato da un’aura alchemica. Il numero zero sta prima dell’inizio, per alcuni dopo la fine, comunque a raccordo della circolarità del percorso. Carico di tutte le potenzialità come di tutto il marciume del peccato e della blasfemia, il Matto è la tabula rasa da cui si dipanano le infinite possibilità combinatorie che aprono la narrazione dei Tarocchi a imprevedibili stratificazioni archetipiche.
E come un Matto, anche se ci si mostra in foto come Bagatto, lavorava Italo Calvino al suo Castello dei destini incrociati, un testo costruito con inciampi e piroette strutturali degne della carta senza numero, scritto nel 1973 per Franco Maria Ricci, dedicato al mazzo Colleoni del 1451 di Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara. Togliendosi il sonno nel cercare di risolvere l’inestricabile intreccio in cui ogni volta la narrazione combinatoria si incastrava, Calvino ha creato un dispositivo di scrittura talmente fluido e imprevedibile da ricalcare perfettamente il mondo di possibilità offerto dai Tarocchi.
Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Bagatto, 1455-80
È da questa complessità che prende implicitamente le mosse la mostra Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, a cura di Paolo Plebani, all’Accademia Carrara di Bergamo fino al 2 giugno. Una mostra dal solido impianto scientifico che non cerca di ricostruire un’impossibile genealogia, ma vuole mostrare un percorso di immagini autonome capaci di migrare tra contesti diversi, in cui l’aspetto esoterico non viene assecondato ma nemmeno rimosso, bensì lucidamente storicizzato.
Antonio Cicognara, Tarocchi, Il Mondo, 1455-1480
Così come solido e strutturato è il catalogo, edito da Silvana Editoriale, in cui trovano spazio testi di grande rigore assieme al racconto delle sezioni del percorso, che si dipana tra la corte in gioco, i Trionfi di Petrarca, i Tarocchi dei Visconti, il mazzo Colleoni, i Tarocchi divinatori, i Tarocchi d’artista e la Biblioteca dei Tarocchi dedicata proprio a Calvino. Ed è questa una boccata d’aria fresca, soprattutto per chi si interessa a questo mondo impenetrabile ed effimero, proprio perché solo un’analisi rigorosa può riportare alla luce la forza di immagini che eludono la razionalità e arrivano direttamente al profondo. Come forse riuscivano a fare in passato le immagini sacre che avvolgevano l’ingenuo fruitore col manto della Vergine o la paura della falce.
Francesco Clemente, Il Mago, (Ron Arad), serie dei Tarocchi Arcani Maggiori, acquerello e guazzo su carta del 2008-2011
Memori dei Trionfi di Petrarca – in cui forze come Amore, Morte e Tempo sfilano in una sequenza che conduce all’Eternità – i Tarocchi, da oggetti di corte preziosi e rituali, diventano nel tempo carte di uso popolare, poi supporti di proiezioni esoteriche tra Sette e Ottocento, fino a trasformarsi nel Novecento in un vero e proprio archivio visivo per artisti come i surrealisti, ben rappresentati in mostra assieme a figure imprescindibili come Leonora Carrington e Niki de Saint Phalle con il suo Giardino dei Tarocchi. Ma è di fronte al mazzo Colleoni che si accende davvero la meraviglia, con le carte dell’Accademia Carrara finalmente riunite, solo per questa mostra, a quelle della Morgan Library di New York e della Collezione Colleoni, perduti solo il Diavolo e la Casa di Dio con il tre di spade e il cavaliere di denari. La distesa dorata degli arcani assume quasi la forma di una “stesa” e riassume in un’unica immagine tutte le questioni aperte, dalla ricchezza sontuosa delle corti del Quattrocento all’altissima qualità artistica della fattura miniata su fondo metallico, dai riferimenti filosofici e iconografici alla continuità tra artigianato prezioso e invenzione figurativa, ma soprattutto alla potenza insieme silenziosa e assordante dei simboli rappresentati.
Niki de Saint Phalle, Tarocchi, La Temperanza, 2002 (DSM Leinfelden-Echterdingen)
La bacheca che li contiene impone una sosta non solo attenta e analitica, ma quasi meditativa, come se il mazzo, finalmente ricomposto, smettesse per un attimo di raccontare la propria storia materiale per tornare a esercitare, intatto, il suo potere di visione.
Antonio Cicognara, Tarocchi, La Luna, 1455-1480
Capita che le mode esoteriche riappaiano nel “chiaroscuro” in cui “nascono i mostri”, quando mancano le definizioni e ci si appiglia all’indefinibile. Ma è qui che quel potere di visione dei Tarocchi può diventare una forma di conoscenza potenzialmente salvifica, se affrontata con lucido abbandono e filtrata da uno sguardo consapevole come quello in mostra. Uno sguardo che, come nell’ultima carta del mazzo, la XXI, il Mondo, non è conclusione ma soglia di salvezza e di rinascita. È una visione, da cui ricominciare.