La notte del 24 aprile 2022, anno in cui era stato nominato “magister”, alla fine della cerimonia dei premi Micheluzzi, Davide Toffolo aveva dato l’addio al fumetto. Oggi invece ritorna, e proprio al Comicon, con un graphic novel “necessario”: Feltrinelli, realizzato con Giulio D’Antona. Più che una biografia lineare un lungo viaggio visionario in cui i piani si sovrappongono, una narrazione stratificata che usa le potenzialità del fumetto per esplorare un “homo novus” che rivoluziona il Novecento.
Come mai questo ritorno?
Davide Toffolo: «Avevo bisogno di una discontinuità per capire meglio
la direzione da prendere e ho capito in questo tempo che amo la dimensione del gruppo: con i Tre Allegri Ragazzi Morti non ho mai smesso di fare concerti. Infatti sono tornato con Giulio».
Perché una biografia di Feltrinelli?
D.T.: «Era una proposta che mi era arrivata proprio nel momento in cui volevo tornare a fare un fumetto e h…
La notte del 24 aprile 2022, anno in cui era stato nominato “magister”, alla fine della cerimonia dei premi Micheluzzi, Davide Toffolo aveva dato l’addio al fumetto. Oggi invece ritorna, e proprio al Comicon, con un graphic novel “necessario”: Feltrinelli, realizzato con Giulio D’Antona. Più che una biografia lineare un lungo viaggio visionario in cui i piani si sovrappongono, una narrazione stratificata che usa le potenzialità del fumetto per esplorare un “homo novus” che rivoluziona il Novecento.
Come mai questo ritorno?
Davide Toffolo: «Avevo bisogno di una discontinuità per capire meglio
la direzione da prendere e ho capito in questo tempo che amo la dimensione del gruppo: con i Tre Allegri Ragazzi Morti non ho mai smesso di fare concerti. Infatti sono tornato con Giulio».
Perché una biografia di Feltrinelli?
D.T.: «Era una proposta che mi era arrivata proprio nel momento in cui volevo tornare a fare un fumetto e ho deciso di coinvolgere Giulio».
Come vi siete conosciuti?
Giulio D’Antona: «Stavo facendo un podcast su Bonvi e così ci siamo incontrati e poi abbiamo mantenuto il contatto».
Ne emerge un personaggio molto sfaccettato: Giangiacomo Feltrinelli è molto ricco, però si schiera dalla parte degli sfruttati. Ne avete anche parlato con il figlio Carlo?
D.T.:«Sì, Carlo Feltrinelli è stato coinvolto in quasi tutto il processo. Credo sia stato il primo a leggere il libro completo, dopo gli editor, e a dare le sue indicazioni. Bisogna anche ricordare che Carlo ha scritto Senior Service, un testo complesso sulla storia di suo padre: era la marca delle sigarette che fumava, per questo nel fumetto fuma sempre».
Che idea vi siete fatti di lui lavorando a questo progetto?
D.T.:«Quella di un uomo che racconta bene la fine di un secolo complesso con una visione da “homo novus”, come lo chiamava sua moglie Inge, animato dalla volontà di cambiare le cose attraverso la cultura e la distribuzione dei libri».
G.D’A.: «La cosa interessante è che è stato contemporaneamente un idealista, quasi un romantico e un disilluso. A un certo punto ha saputo vedere i limiti dell’idealismo, della cultura e della politica in cui navigava, e ha cercato di cambiarli».
Per raccontare “Il Gattopardo” fate una serie di pagine come all’interno del quadro di Guttuso che raffigura i funerali di Togliatti.
D.T.:«Sì, in quel quadro che oggi si trova al MAMbo di Bologna, ci sono tutti: Pasolini, Rosa Luxemburg, Lenin, Stalin, Gramsci, Vittorini e Angela Davis. Mi sono accorto che in alto a destra c’era anche Feltrinelli. Abbiamo provato a far raccontare a loro il rapporto tra politica e arte».
Nei vari capitoli ritorna l’edificio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano: come mai?
G.D’A.:«Perché è bellissimo ma non solo: raccogliere tutti i documenti sul movimento operaio, è stata un’altra intuizione fondamentale che oggi ha trovato sede definitiva in un vero capolavoro dell’architettura».
D.T.: «La sua visione della libreria è quella che oggi è diventata lo standard: spazi dove fare incontri pubblici, organizzare svendite, e persino inserire un flipper e delle freccette. Cose che oggi sembrano scontate, ma che negli anni Sessanta erano rivoluzionarie».
A un certo punto, però, Feltrinelli sembra non credere più che la rivoluzione si possa fare con i libri.
D.T.:«Il graphic novel racconta proprio la trasformazione del suo pensiero. È un viaggio che attraversa mezzo secolo di storia, mettendo in scena i grandi autori con cui si è confrontato: da Pasternak a Henry Miller, da Jack Kerouac a Orwell, fino ai famosi Diari del Che. È un libro contemporaneo: la discussione su cos’è la nostra realtà profondamente capitalistica oggi rimane centrale».
Ma i libri sono in difficoltà: la visione di Feltrinelli è ancora valida?
G.D’A.:«Sorprendentemente, abbiamo trovato suoi scritti della fine degli anni ’50 che sembrano di ieri. Diceva che cercava “libri necessari”: in questo infinito oceano di pubblicazioni attuali, qualcuno necessario c’è ancora».
D.T.: «La cultura passa attraverso la scrittura, compresa quella a fumetti, che finalmente ha ottenuto dignità di linguaggio. Per noi questo volume è la dimostrazione che il fumetto è un medium con cui si può raccontare davvero qualsiasi cosa».
I libri si legano agli uomini: la storia di Boris Pasternak è esemplare del suo progressivo ma inevitabile distacco dal PCI...
G.D’A.:«Feltrinelli si appassionò molto alla sua figura e alle sue difficoltà nel pubblicare Il Dottor Živago per motivi politici. Pasternak rappresentava esattamente ciò in cui credeva. Era uno spirito libero, non ricattabile».
Ci sono molte invenzioni visive, come le famose camminate di Feltrinelli sui libri da lui pubblicati, e un uso molto specifico e particolare del colore.
D.T.:«Sì, il libro è diviso in tre tempi narrativi, segnati da tre diverse colorazioni: il tempo contemporaneo del racconto su Feltrinelli è in quadricromia; i flashback del tempo passato sono in bicromia; la parte incentrata sul quadro dei funerali di Togliatti è dipinta a mano a tempera. C’è anche una scena dal registro fantastico che si svolge in uno spazio che sembra la tundra russa, ma in realtà i personaggi si muovono all’interno della primissima copertina italiana de Il Dottor Živago, realizzata dal pittore Ampelio Tettamanti. Tutto il primo discorso di Feltrinelli in clandestinità avviene all’interno di questo bosco illustrato nella copertina».
Poi ci fu il viaggio a Cuba per intervistare Fidel Castro, da cui tornò con un dattiloscritto di 700 pagine che non pubblicò mai.
G.D’A.:«In quel momento Feltrinelli capì che la visione di Fidel sulla rivoluzione era legata al potere, mentre quella di Guevara era votata alla lotta continua. Lui restò molto colpito dal Che, convincendosi che la lotta armata fosse più efficace della diplomazia politica».
D.T.: «Ebbe il coraggio di andare in Bolivia, rischiando la vita o almeno l’arresto. La sua è stata una militanza autonoma. Ha fondato i GAP, che dopo la sua morte scomparirono».
Nel fumetto non si parla molto della moglie Inge, ma emerge comunque l’importanza del suo ruolo. È lei che, da giornalista, lo spinge verso nuovi orizzonti.
D.T.:«Ci sono poche battute, ma molto significative. È Inge ad aprirgli le porte della letteratura americana, che fino a quel momento Feltrinelli non aveva molto esplorato: è stata fondamentale per questo passaggio internazionale e per fare conoscere autori come Kerouac e Henry Miller ai lettori italiani. E la traduzione era di Luciano Bianciardi, che viene disegnato con faccia di Ugo Tognazzi perché lo interpreta ne La vita agra».