Sheikha Al Mayassa: “Uniti nel nome dell’arte”
dal nostro inviato Dario PappalardoUn’improvvisazione musicale al Padiglione del Qatar (Photo: Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio)
VENEZIA – Non dovete chiedervi perché siamo arrivati, ma perché ci abbiamo messo così tanto. La Serenissima è sempre stata una nostra meta». Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani dice così. Siamo ai Giardini della Biennale di Venezia. Poche ore fa, le Pussy Riot – e non solo loro – hanno attaccato il Padiglione della Russia. All’Arsenale stanno marciando contro quello di Israele. Ma qui, sotto una struttura senza pareti color granata, il Qatar ha messo insieme un artista thailandese, Rirkrit Tiravanija, una videomaker qataro-americana, Sophia Al-Maria, una scultrice kuwaitiana-portoricana, Alia Farid, uno chef palestinese, Fadi Kattan, e un compositore libanese, Tarek Atoui. Untitled 2026 (a gathering of remarkable people), a cura di Tom Eccles e Ruba Katrib, è il progetto che Doha porta in questa sessantunesima, tormentata esposizione internazionale d’arte, il primo del Paese mediorientale, che avrà presto uno spazio permanente alla Biennale, disegnato da Lina Ghotmeh. Intanto, i visitatori si radunano, assaggiano cibi esotici, bevono analcolici, ascoltano musica, mentre si proiettano video e si improvvisa musica. In un’oasi che sembra inconciliabile con il mondo fuori. Qualche ora prima dell’inaugurazione, Sheikha Al Mayassa, sorella dell’emiro e alla guida di Qatar Museums, risponde alle domande seduta nella saletta di uno storico palazzo veneziano, vicino a San Marco; alla parete un dipinto barocco con una Maddalena penitente.
L’esterno della struttura ai Giardini
Sheikha Al Mayassa, come avete scelto questo progetto?
«Crediamo che la cultura faccia da ponte tra le persone e le unisca. A novembre celebreremo l’apertura della nostra quadriennale Rubaiya: ci è sembrato quindi un bel modo per introdurla al pubblico che si raduna a Venezia. La cultura è essenziale nella vita quotidiana. Non è qualcosa di performativo. Non lo facciamo per dire “siamo qui e abbiamo organizzato un evento”. Con tutto quello che sta accadendo nel mondo volevamo riunire le persone attraverso un gesto semplice di comunità».
Si tratta di un progetto partecipativo con artisti di diverse nazionalità; l’idea è quella di condividere lo spazio. Non si può non pensare alla crisi attuale: siamo separati. La geografia dei conflitti si espande.
«La nostra strategia culturale si basa sullo sviluppo umano e il Qatar sostiene da tempo che il modo migliore per andare avanti sia il dialogo. Non ci siamo limitati a dirlo: lo abbiamo anche fatto, svolgendo un ruolo importante nella costruzione della pace in aree di conflitto. Credo che il modo migliore per contrastare la polarizzazione sia celebrare ciò che abbiamo in comune come esseri umani, invece di enfatizzare le differenze e dire “sono migliore di te perché vengo da questo Paese” o “perché appartengo a questa religione o etnia”. C’è spazio per tutti, c’è un posto a tavola per ogni tipo di persona. Tutto ruota attorno alla celebrazione: una celebrazione della comunità che accoglie le persone e valorizza le differenze».
Il compositore Tarek Atoui (Photo by Simone Padovani/Getty Images for National Pavilion of Qatar at La Biennale di Venezia)
Lei è ogni anno nella top 100 dell’Art Power, la tradizionale classifica di Art Review dei personaggi più influenti. Ma qual è il vero potere dell’arte oggi?
«Le classifiche non riflettono nulla. Non so nemmeno perché io finisca in queste liste. Il vero potere dell’arte è il modo in cui riesce a unire le persone. L’arte ha il potere di sfidarci a pensare e a considerare il punto di vista dell’altro. Non significa che si debba essere d’accordo, ma almeno riflettere, pensare davvero e toccare la propria umanità e le proprie emozioni. Oggi molte cose ci dividono e ci allontanano. Abbiamo bisogno dell’arte per sopravvivere. È stata una delle prime forme di comunicazione: gli esseri umani sulla Terra disegnavano prima ancora di parlare. Per me questo è il vero potere dell’arte: il suo modo di comunicare e coinvolgere le persone, non le classifiche».
Però lei è stata una delle prime donne del mondo arabo a figurare così in alto in questo tipo di classifiche. In un certo senso, ha infranto un “soffitto di cristallo”.
«Penso che ciò che conta davvero sia quello che il mio ruolo rappresenta rispetto agli stereotipi sulle donne della nostra regione. Sono molto sostenuta dagli uomini. Io sento che questo è stato il mio destino, certo, ma anche il risultato di un forte sostegno. Sono supportata dal mio governo e dagli uomini che lo guidano. Se fosse tutto vero ciò che si dice sui diritti delle donne nella nostra regione, allora come sarebbe possibile che una donna del mondo arabo abbia un ruolo così importante e tanto sostegno? Dico sempre che il nostro compito è lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo ereditato. Offrire piattaforme a creativi provenienti da regioni difficili significa permettere loro di essere riconosciuti, creare opportunità economiche e trasformare le loro vite, che si tratti di moda, cinema, design o fotografia».
Sheikha Al Mayassa con l’architetta Lina Ghotmeh (Photo: Ammar Abd Rabbo)
Vista la complessità della Biennale di quest’anno - con le polemiche sulla partecipazione di Russia e Israele - pensa che tutte le nazioni debbano essere comunque rappresentate in una manifestazione come questa?
«La cultura non deve escludere nessuno. Se un governo prende decisioni contrarie al diritto internazionale, questo non significa che tutti i cittadini di quel Paese le sostengano. Se un artista vive tutta la vita sotto un governo che non sostiene i diritti umani o il diritto internazionale, significa che non potrà mai essere visto. Non credo sia giusto. Sono contraria all’esclusione basata sulla nazionalità».
Ha paura della situazione internazionale? Il suo Paese è vicino all’Iran e in una posizione complessa, sul piano geopolitico.
«Non so se “paura” sia la parola giusta, perché la paura non è mai un’opzione. Bisogna sempre ricordarsi cosa si sta facendo e perché. Penso che, nelle condizioni attuali, il lavoro che facciamo sia ancora più importante, perché la cultura è uno strumento molto potente. Certo, sono preoccupata per le generazioni che stanno vivendo i conflitti o partecipando a guerre che non hanno iniziato né voluto. Penso anche al patrimonio culturale distrutto, per esempio in Iran: è una perdita per l’umanità intera, non solo per gli iraniani. La domanda è: come si ricostruisce? Perché dobbiamo coesistere. Ogni guerra è una guerra stupida e tutte le guerre finiscono. Gli edifici possono essere ricostruiti, ma come si ricostruisce la fiducia tra le persone? Ed è qui che la cultura diventa fondamentale, perché ci ricorda il nostro passato e mette in luce gli errori e le decisioni di pochi che creano tanto caos».
C’è qualcosa che la lega particolarmente a Venezia?
«Amo la storia di Venezia e dei veneziani, il modo in cui hanno costruito questo luogo. Mi ricorda quello che ha fatto il mio Paese: ci sono volute visione e convinzione per immaginare qualcosa che non esisteva e crearlo».