Un teschio usciva da una terra distrutta e io non riuscivo a distogliere lo sguardo: era la copertina di Oxygène. Era il 1976, quello fu il primo disco che comprai e mi cambiò la vita: pioniere assoluto, visionario e inventore di paesaggi sonori, Jean-Michel Jarre non ha solo fatto la storia della musica elettronica: ne ha definito lo spazio fisico. I suoi concerti non sono mai stati semplici esibizioni ma colossali “opere totali” capaci di far dialogare architettura, tecnologie d’avanguardia e sintetizzatori, frantumando più volte il Guinness dei primati per l’affluenza di pubblico. Dal milione di spettatori a Place de la Concorde a Parigi nel 1979, fino all’incredibile record di tre milioni e mezzo di persone radunate a Mosca nel 1997. Alla vigilia dei 50 anni di Oxygène, qui racconta come sarà il suo unico concerto in Italia in programma il 18 luglio a Modena.
Come è nata l’idea?
«L’anno scorso suonavo a Stoccarda e Benedetto Vigna, l’amministratore delegato della Ferrari, è venuto a vedere lo show perché è un appassionato di musica elettronica. Era entusiasta e mi ha detto che avrebbe lanciato un nuovo festival a Modena nel 2026: sono un grande fan della Ferrari e ho detto subito di sì. È affascinante quando si parla di musica elettronica e Ferrari, perché in realtà c’è un legame indissolubile tra la tecnologia e la creatività. Abbiamo avuto il suono del violino perché lo abbiamo inventato, così come il cinema “panoramico” ci ha dato Fellini o Sergio Leone. Ed è per la rivoluzione industriale che abbiamo la Ferrari, ed è grazie all’invenzione dei componenti elettronici che oggi io posso fare la musica che faccio».
Cosa succederà?
«Sarà uno show molto speciale, una continuazione di ciò che ho avuto il piacere di presentare a Venezia e Pompei l'anno scorso, ma con una nuova scenografia in cui sto cercando di coinvolgere molta IA, una sorta di "Architecture Intelligence" per il design del palco. Tutto però in un modo molto poetico, molto latino. Noi italiani e francesi abbiamo sempre avuto un approccio speciale verso la tecnologia e non dovremmo averne paura. Fin dai tempi di Leonardo da Vinci, abbiamo questo approccio specifico su come usare la tecnica per creare atmosfere poetiche e fare arte. Ed è questo che vorrei condividere con il pubblico italiano. La musica elettronica oggi è la forma d'arte più popolare, ma non dovremmo mai dimenticare che è nata in Europa, nell'Europa continentale. All'inizio non aveva nulla a che fare con il blues o il jazz in America. Nello specifico è nata in Italia con Luigi Russolo, che nel 1913 scrisse "L'arte dei rumori", predicendo che la musica del ventunesimo secolo sarebbe stata fatta con le macchine. Ed è esattamente quello che sta succedendo».
Lei ha iniziato la sua ricerca con Pierre Schaeffer, vero pioniere in questo senso. Qual è la lezione più importante che le ha lasciato?
«Il mio mentore e professore Pierre Schaeffer mi ha lasciato l'idea che la musica non è fatta solo di note e solfeggio, ma è fatta anche di suono. Sotto la sua influenza ho scoperto che la musica elettronica deriva da due movimenti molto importanti dei nostri Paesi. Da una parte l'impressionismo, per la texture, i colori e il trattare le forme d'onda come un pittore tratta i colori sulla tela. Dall'altra il surrealismo: mescolare il suono di un clarinetto con quello di un uccello, o il suono di un violino con le percussioni o con il rumore della pioggia. Tutti questi elementi sono fondamentali. C'è anche un altro aspetto che abbiamo in comune con voi italiani: per me la musica elettronica è come cucinare. Cucinare le forme d'onda è un'azione molto tattile, molto sensuale, molto calda e organica. È questo che voglio portare a Modena».
Suonerà anche Oxygène?
«Sì, quello che suonerò è una miscela di musiche del mio catalogo, come Oxygène, Équinoxe e Magnetic Fields, ma non remixate, bensì rielaborate nel senso che i suoni si sono evoluti nei decenni passati. Sono molto entusiasta di dimostrare che da Oxygène agli anni attuali la musica può essere senza tempo, perché è solo una questione di produzione del suono. Proprio oggi, nel mio studio di prova a Parigi, eravamo stupiti con i tecnici: in una certa misura Oxygène oggi suona futuristico nel 2026. Non suona vintage, e per un pubblico più giovane potrebbe sembrare qualcosa che è stato fatto la settimana scorsa».
Qual è la sua sfida in termini di produzione del suono oggi, rispetto alla moltitudine di musica elettronica in circolazione?
«Oggi ci sono un sacco di DJ e quant'altro, ma con tutto il rispetto per le persone di talento, la maggior parte delle volte il suono è molto compresso ed è sempre uguale dall'inizio alla fine dello show. È abbastanza piatto a livello sonoro. Quello che sto cercando di fare con il mio team e il mio ingegnere del suono è creare davvero un tipo di dinamica e di diversità per cui, da un brano all'altro, non sai mai cosa succederà, proprio come al cinema».
In che modo la "musique concrète" ha influenzato la sua idea scultorea del suono? È un approccio molto diverso da quello classico.
«Ha avuto un'influenza enorme. Il fatto che possiamo registrare e prendere i suoni del mondo, per strada, nella foresta o in campagna, e mescolarli con la musica, ci ha resi tutti dei sound designer. Tutti, in qualsiasi stile musicale – che sia musica per film, techno, electro o pop – integrano il sound design nella propria produzione. Questo è iniziato con Pierre Schaeffer e Pierre Henry, ed è per questo che ho realizzato l'album "Oxymore" per rendergli omaggio. La loro idea era dire che tra il rumore e la musica c'è solo la mano e l'intenzione del musicista. Puoi prendere il suono di un sasso che cade dalla montagna o il suono di un motore e farci della musica, separando l'origine del suono dal suono stesso. Analizzando un suono solo attraverso l'attacco, il rilascio e la texture, improvvisamente hai un approccio completamente diverso all'esplorazione».
Oggi abbiamo a disposizione anche nuovi strumenti come l'intelligenza artificiale, che lei ha definito una "Augmented Imagination". Cosa intende di preciso?
«L'algoritmo raccoglie i big data del mondo. Ma come ci viene un'idea musicale? Succede perché il nostro subconscio, il nostro cervello, ha raccolto i nostri "dati analogici". E questi dati per me sono la nostra memoria, la nostra cultura, i ricordi, le nostre famiglie, le persone che ci circondano. Il nostro subconscio prende elementi casuali da questi diversi momenti della nostra vita e improvvisamente li trasforma in un'idea musicale. L'IA fa lo stesso. Naturalmente non dobbiamo essere ingenui, bisogna stabilire delle regole per proteggere gli artisti, sai bene quanto io sia attento al diritto d'autore. Ma non dobbiamo avere paura dell'IA. Generazione dopo generazione, gli artisti e la società hanno sempre paura delle novità. Agli albori della fotografia, i pittori firmavano petizioni dicendo che era la fine della pittura. All'inizio del cinema, la gente di teatro lo considerava una minaccia. Quando ho introdotto la musica elettronica per la prima volta al Palais Garnier all'inizio della mia carriera, alcuni membri dell'orchestra sinfonica staccavano la spina dell'impianto audio dicendo che era la fine delle orchestre. Uno strumento è neutro, dipende dal modo in cui lo usi. La mediocrità esisteva prima dell'elettricità ed esisterà anche dopo l'IA».
Crede quindi che non rappresenti un reale pericolo per la creatività umana?
«Soprattutto non dovremmo perdere tempo prezioso lasciando che l'America e la Cina vadano avanti da sole. Sono appena tornato dalla Cina e ho la sensazione di essere tornato dal futuro: al Conservatorio di Pechino hanno aperto un dipartimento chiamato "Music AI and Neuroscience", dove affrontano l'IA come un nuovo tipo di solfeggio. Ed è esattamente quello che dovremmo fare anche noi europei, immergerci nell'IA, usarla e imparare. Io stesso sto lavorando molto con l'IA per il mio prossimo progetto musicale. Ti dà la possibilità non solo di essere il compositore della tua musica, ma anche il curatore della tua stessa creazione. Storicamente tendiamo sempre a rifiutare le rotture, dimenticando che l'arte è fatta proprio di rotture, di incidenti, di distorsioni della realtà quotidiana. Per questo motivo l'IA non rappresenta un pericolo per Billie Eilish, per il prossimo Miles Davis e nemmeno per il prossimo Adriano Celentano. Ciò che rende un artista unico è proprio la sua singolarità e i suoi difetti».
So che per le celebrazioni di questo anniversario sta lavorando anche a un enorme libro sulle macchine della musica elettronica.
«Sì, intorno a questo cinquantesimo anniversario di Oxygène stanno succedendo molte cose. Pubblicherò una versione in Dolby Atmos del disco. Poi c'è il mio nuovo album guidato dall'IA che uscirà all'inizio del 2027, accompagnato da un tour mondiale. E a fine ottobre uscirà questo grande libro per l'ADE di Amsterdam. Si intitola "Machines" ed è una sorta di scorrere della mia vita da compositore attraverso la mia enorme collezione di strumenti elettronici. Dalle prime macchine elettrificate dell'inizio del Ventesimo secolo fino ai server di IA, passando per i sintetizzatori analogici degli anni Cinquanta e Sessanta. L'obiettivo è descrivere questa odissea incredibile: dall'epoca in cui Russolo veniva considerato un pazzo fino ad oggi. È un progetto molto ambizioso pubblicato da Thames & Hudson e uscirà anche in Italia in italiano».
Lei suona tantissimi strumenti elettronici e ne ha anche creati diversi tra cui la famosa arpa laser, ma qual è il suo preferito in assoluto?
«Mi piacciono tutti i tipi di strumenti, lo Yamaha CS-80 per esempio è una macchina incredibile. Ma probabilmente il mio preferito in assoluto è il primo che ho comprato da adolescente. Ho venduto la mia chitarra elettrica, l'amplificatore e un trenino elettrico che mio nonno mi aveva costruito e, con quei soldi, sono andato a Londra a comprare il mio primo sintetizzatore: il Putney VCS3 della EMS. È stato in assoluto il primo sintetizzatore elettronico europeo. E lo uso ancora oggi! A Modena lo avrò sul palco. È diventato una sorta di feticcio, una mascotte che mi porto sempre dietro in ogni mio progetto».
C'è però uno strumento che lei forse non ha mai suonato: mi riferisco al sintetizzatore usato da Eduard Artemyev per la colonna sonora di "Solaris" di Andrej Tarkovskij. Era uno strumento gigantesco e ne vennero costruiti solo due esemplari in Russia.
«Quale strumento era?».
Si chiamava ANS, dalle iniziali del compositore Aleksandr Nikolaevič Skrjabin. L'unico esemplare rimasto si trova al Museo Glinka di Mosca. So che lei ha suonato a Mosca, quindi forse invece è riuscito a suonare anche quello…
«Sì, ho alcuni strumenti russi che saranno presenti nel libro "Machines", ma non quello, ovviamente. È davvero troppo grande. Ma la colonna sonora di Solaris è unica al mondo proprio perché usa quello strumento».