Montpellier – Un viaggio nell’opera di Kiki Smith attraverso 130 opere e oltre quarant’anni di lavoro. Una personale imponente quella organizzata dal MO.CO. di Montpellier, studiata dalle curatrici Rahmouna Boutayeb e Pauline Faure insieme all’artista. Being Here|Now|Everywhere (fino all’11 ottobre) il titolo, che esprime perfettamente il suo pensiero non lineare. «Mi piace creare cose incongrue, mescolare metafore e accostare elementi privi di senso letterale. Credo che in questo modo si riescano a creare insolite giustapposizioni capaci di mantenere viva l’opera», mi spiega chiacchierando a distanza dalla sua casa di New York.
Kiki Smith è così. Da un lato un pensiero speculativo che osserva e riflette sulla natura visibile e invisibile della vita. Dall’altro un’opera fisica ed empatica, d…
Montpellier – Un viaggio nell’opera di Kiki Smith attraverso 130 opere e oltre quarant’anni di lavoro. Una personale imponente quella organizzata dal MO.CO. di Montpellier, studiata dalle curatrici Rahmouna Boutayeb e Pauline Faure insieme all’artista. Being Here|Now|Everywhere (fino all’11 ottobre) il titolo, che esprime perfettamente il suo pensiero non lineare. «Mi piace creare cose incongrue, mescolare metafore e accostare elementi privi di senso letterale. Credo che in questo modo si riescano a creare insolite giustapposizioni capaci di mantenere viva l’opera», mi spiega chiacchierando a distanza dalla sua casa di New York.
Kiki Smith è così. Da un lato un pensiero speculativo che osserva e riflette sulla natura visibile e invisibile della vita. Dall’altro un’opera fisica ed empatica, diretta, che sta nel mondo senza didascalie e spiegazioni. Un processo che deriva anche dalla sua doppia identità europea e statunitense, nata in Germania nel 1954, ma cittadina di New York da mezzo secolo, anche se torna spesso nel vecchio continente. Le chiedo subito come veda, e viva, il difficile rapporto tra Europa e Usa dell’era Trump. «Lo trovo spaventoso e sconcertante.
New York non è più la mia residenza principale, ma io e tante altre persone siamo stati davvero felici dell’elezione di Mamdani: ha dato alla gente un senso di speranza».
Kiki si colloca tra scienza e umanesimo, in una visione affine al pensiero magico. È un’artista che sente più che vedere, che comunica nel corpo delle sue opere, fatte di forma e materia, realizzate con linguaggi, materiali, pratiche e sperimentazioni diverse. Le sue mani, infatti, sembrano non essere mai ferme, segnate da piccoli tatuaggi turchesi: impastano e modellano, incollano, disegnano, dipingono, ricamano, incidono, scattano foto. E le mani sono un soggetto su cui torna spesso, come ricordano nelle sale alcune fusioni in bronzo e le sue molte fotografie, dove l’artista dagli anni Novanta frammenta in close up le opere, il loro processo produttivo. Parti anatomiche dello studio che porta avanti da sempre sul corpo umano, quello femminile soprattutto, un organismo mostrato con la crudezza della sua verità fisiologica esterna e interna, al di là di stereotipi idealizzati e patriarcali. Un femminismo poetico che restituisce ferinità e mistero alla figura femminile, alla sua comunanza sacra con il creato. Tanti, infatti, i corpi celesti che costellano i suoi lavori e gli elementi primari in cui le sue donne silvane si incarnano, come in una serie di arazzi jacquard del 2012, tarocchi tessili dedicati a terra, aria, acqua e fuoco, ognuno nato da un grande collage.
Da studentessa, racconta, si esercitava sulle tavole del manuale medico-chirurgico Anatomy di Henry Gray (1858). Per questo in mostra, in dialogo soprattutto con un gruppo di opere degli anni ’80, tra cui la serie dei Teeth Drawings e le imponenti tele in lana dove il corpo è ricamato a mano come un sistema di Veins, Arteries, Lymphs, Nerves, ci sono alcuni modelli anatomici ottocenteschi provenienti dal Dipartimento di Anatomia della Facoltà di Medicina dell’Università di Montpellier.
«È stato un piacere affiancare le mie versioni artigianali dell’interiorità del corpo a modelli di fattura professionale, utilizzati per secoli, le cui immagini hanno influenzato direttamente i miei primi lavori. Negli ultimi anni sono tornata in parte a quelle immagini, soprattutto nelle stampe». Il suo mondo è popolato di creature e atmosfere sospese, segrete, dove i regni si mescolano e ibridano, l’umano con il vegetale e l’animale, lo spirito con la materia. Corrispondenze, connessioni energetiche e telepatiche legano le sue figure, a volte in maniera diretta, attraverso linee che saettano tra i loro occhi. E certamente nel rapporto simbiotico con i suoi animali totemici, come nella serie di piccole e raffinate porcellane bianche che raffigurano donne selvagge (le sue protagoniste sono spesso autoritratti ma anche personaggi della sua quotidianità) che corrono con lupi, orsi, civette, leoni, cani e serpenti (2003). I loro daimon, l’umano che si specchia nella natura. Un immaginario che vede il pianeta come spazio sacro e fortemente sensoriale, fuori dal tempo e dallo spazio, costellato di divinità, icone che rapprendono l’antico nel contemporaneo, le sculture Dark Water (2023) o Blue girl (1998) per esempio, senza gerarchie tra i viventi, tra cielo e terra. Una dimensione incantata ed enigmatica, impastata con il mito e la fiaba, meravigliosa quanto crudele.
Le chiedo quali siano le favole e i miti contemporanei. «Negli ultimi anni non ho pensato molto a miti o favole, perché la realtà ci sovrasta e ci infrange». Tempi difficili, in cui la posizione della figura femminile continua a essere complessa, ambigua. «Credo che probabilmente tutti stiano cercando di trovare la propria strada in un mondo in cui le cose sono molto instabili». Intanto la struggente scultura in bronzo diWoman on pyre (2001) congeda dalla mostra, una donna su un rogo che diventa simbolo plurale di sofferenza e rinascita attraverso i millenni, che tiene tutte le altre donne per mano.