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Oliver Stone: “Ho smesso di sognare film politici”

Oliver Stone

 

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Il regista, 80 anni, ha girato a Roma “White lies”: “Una storia personale sulla famiglia e sull’amore. Continuo ad andare avanti: la luce è una ricerca continua”
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La serenità negli occhi di Oliver Stone è un felice inedito. Sulla terrazza dell’hotel affacciata su piazza Barberini, polo azzurra e giacca beige, Cola senza zucchero davanti, sorride: «Mi sono goduto parecchio il mio compleanno». Ha appena compiuto ottant’anni e fino all’11 ottobre sarà a Ferrara, cittadinanza onoraria, laurea honoris causa, retrospettiva dedicata. Quando parla di sé sembra fare pace con il tempo, quando parla del mondo non concede tregua.

Ha girato a Roma “White lies”, un film sulla famiglia.

«Avevo altri progetti. Ad esempio ne avevo sviluppato uno su John e Jacqueline Kennedy: credo che tra loro ci fosse un sentimento sincero, che siano cresciuti insieme negli anni alla Casa Bianca. Storia romantica, ma con elementi di cospirazione. Oggi questo tipo di film è considerato troppo controverso. Ho ottant’anni e così ho pensato che avrei potuto raccontare una storia personale».

La serenità negli occhi di Oliver Stone è un felice inedito. Sulla terrazza dell’hotel affacciata su piazza Barberini, polo azzurra e giacca beige, Cola senza zucchero davanti, sorride: «Mi sono goduto parecchio il mio compleanno». Ha appena compiuto ottant’anni e fino all’11 ottobre sarà a Ferrara, cittadinanza onoraria, laurea honoris causa, retrospettiva dedicata. Quando parla di sé sembra fare pace con il tempo, quando parla del mondo non concede tregua.

Ha girato a Roma “White lies”, un film sulla famiglia.

«Avevo altri progetti. Ad esempio ne avevo sviluppato uno su John e Jacqueline Kennedy: credo che tra loro ci fosse un sentimento sincero, che siano cresciuti insieme negli anni alla Casa Bianca. Storia romantica, ma con elementi di cospirazione. Oggi questo tipo di film è considerato troppo controverso. Ho ottant’anni e così ho pensato che avrei potuto raccontare una storia personale».

Tre generazioni a confronto. Quanto è difficile raccontare un padre che, nel rapporto con il figlio, finisce per ripetere gli errori che il padre ha fatto con lui?

«Non è un film su di me. È sulla vita. Volevo dire alcune cose sull’amore, sulle generazioni, sulle famiglie. Ognuna è diversa. Volevo un film coinvolgente sulle relazioni reali. Credo di aver fatto qualcosa che possa chiudere un percorso. Sarà probabilmente il mio ultimo film. Vedremo quanta energia avrò ancora e i finanziamenti disponibili».

Quanto l’hanno formata i suoi genitori e quanto ciò che ha vissuto da ragazzo le ha dato forza nei momenti difficili?

«In modo cruciale. Sono i personaggi fondativi della tua vita. E poi lo diventano i tuoi figli. I miei film sono venuti dalla mia vita. Il tema del divorzio è importante, perché ho ripetuto alcuni dei problemi che avevano avuto i miei genitori. Ero figlio unico e il loro divorzio mi colpì nel profondo. Arrivò d’improvviso e nessuno me lo disse. Fu il preside della scuola a comunicarmelo. Mi vergognai molto, allora la gente non divorziava facilmente. Era un po’ come in Italia. Mi sentii ferito nel profondo, non capivo che cosa stesse succedendo. In qualche modo credo che mi abbia anche fatto decidere di andare in Vietnam. Non vedevo un futuro. Eravamo tre persone, una famiglia piccola, e si era spezzata».

Ha ricordi o incubi del Vietnam?

«Sono stato abbastanza fortunato da sopravvivere e riuscire a fare tre film su quella guerra. Sono molto più preoccupato per il mondo e la guerra di oggi. Gli Stati Uniti sono tra i Paesi che provocano di continuo tensioni nel mondo. È sconvolgente vedere quanto siamo stupidi: pensando di poter avere più controllo sulle cose rendiamo il mondo peggiore».

Tom Cruise in Nato il 4 luglio

 

Pensa ai soldati americani che oggi vengono mandati a combattere in Iran? È cambiato qualcosa dai tempi di “Nato il 4 luglio”?

«È peggiorato. Quando il film uscì nel 1989 aveva ancora forza, impatto. Ma proprio allora gli Stati Uniti invasero Panama. Bush voleva superare quella che chiamavano la “sindrome del Vietnam”, l’idea che il Vietnam avesse impedito all’America di intervenire militarmente. Con Panama e poi con l’Iraq si voleva dire che l’America era tornata. Ma non è così che si torna. L’America ha sempre creduto nel militarismo. Ma penso che la gente ne sia stanca. Sono i politici che continuano a spingere».

Quanto sono cambiati gli Stati Uniti, il Paese nel quale lei vive?

«Non li riconosco. Sono nato in un altro secolo. Intorno al 2000, con l’arrivo di George W. Bush alla presidenza, tutto è cambiato. È iniziata la guerra al terrorismo, una condizione di emergenza permanente. Il Patriot Act ha scavalcato diritti costituzionali che avevamo. Siamo intercettati, controllati, osservati. Ci sono cose che in America non puoi dire senza essere punito».

Ha girato un documentario molto elogiativo su Putin. Alla luce di quello che è successo dopo — l’invasione dell’Ucraina, le sue azioni — ha cambiato idea su di lui?

«No. Capisco quello che sta facendo. Deve proteggere la Russia».

Pensa davvero che Biden sia stato peggiore di Trump?

«Trump è brutale, incivile ed è vergognoso che abbia iniziato questa guerra con l’Iran. Ha tradito la promessa di essere un presidente di pace. Ma anche la politica di Biden verso la Russia è stata pericolosa».

È ottimista sul futuro del mondo?

«No. Ci stiamo frammentando sempre di più nel nazionalismo, nel tribalismo. Fino al 2000 pensavo che negli anni ’90 le cose stessero andando abbastanza bene. Era un periodo di cambiamento, l’Unione Sovietica era crollata, la globalizzazione funzionava, c’erano opportunità. Oggi il sistema è diventato più centralizzato, più oligarchico. Il commercio aveva creato un mondo nel quale le navi andavano da un luogo all’altro e i porti erano aperti. Quando cominci a chiudere tutto questo, il mondo si restringe».

E com’è cambiata Hollywood oggi?

«Cambia di continuo. Oggi si fanno film più piccoli, horror, cose che possono funzionare sul fronte finanziario. Ma continuano a uscire buoni film. Il problema è che costano. Io sono arrivato in un’epoca nella quale certe cose erano ancora possibili».

Quanto è stato importante Martin Scorsese per lei?

«Quando ero suo studente giravo corti che gli piacevano. Mi ha ispirato ad andare avanti, ma poi ho costruito la mia strada attraverso la scrittura. Ho fatto due horror, poi finalmente Salvador. Ho lottato. Ho scritto Scarface, Fuga di mezzanotte, Conan il barbaro. Non posso dire di aver ricevuto grande aiuto. La mia vita è dentro quei film. Ventuno, più una decina di documentari e The Untold History of the United States. È la mia visione della storia americana».

Oggi?

«Mi godo la vita. Ho una bella moglie, tre figli, una casa a Los Angeles. Posso viaggiare. Sono libero. Vorrei che White lies fosse rilevante, spero che la gente vada a vederlo. Ma sono in giro da abbastanza tempo da sapere che a volte hai fortuna, altre no».

Sta scrivendo la seconda parte della sua autobiografia, “Cercando la luce”. La cerca ancora?

«La luce viene e va. Ho raggiunto un picco con Platoon. Fu una cosa bellissima perché avevo vissuto quell’esperienza e riuscii a farne un film che ebbe un enorme successo. Da allora continuo ad andare avanti, ma ci sono luce e oscurità. La luce è una ricerca continua».

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