Il teleanello di Soleimani
Filippo CeccarelliQuesito di impegnativa e marzullesca irrilevanza: sono le serie televisive che assomigliano alla realtà, ovvero è quest'ultima che nell'era dello spettacolo integrato e globale ha cominciato a far loro il verso? Quale che sia la risposta, il macabro anello sulla mano gonfia e affumicata è apparso a milioni di telespettatori molto più che un un frame utile a identificare il generale Soleimani. Perché quell'immagine sembra tratta proprio da una fiction, classico dispositivo utilizzato per aprire impensabili, ma sperimentatissimi scenari emotivi e narrativi: spesso e volentieri, nelle serie televisive occidentali, i peggiori nemici sopravvivono agli attentati, quando non fanno finta di morire; e in un gioco enigmatico di simulazioni e scambi di cadaveri, una volta creduti morti si avvantaggiano preparando meglio nell'ombra (pure loro) imboscate e bombardamenti.
Sennonché il particolare dell'anello... Ecco, a proposito dello sgargiante anellone del generale iraniano, viene da pensare che Howard Gordon e Alex Gansa, i due celebratissimi autori di Homeland, serie di spionaggio e terrorismo mediorientale durata otto stagioni e a suo tempo seguita anche dal presidente Obama, avrebbero potuto imbastirci tranquillamente un'intera puntata. Al termine di strenue ricerche, il tenutario di questa rubrica di stramberie neurovisive si limita a informare che al di là di ogni sospetto (naturalmente già manifestatosi in rete riguardo alla foggia metallica, alla mano e al dito su cui era indossato) si tratterebbe di un anello di pietra corniola (in arabo aqiq), materiale della famiglia dell'onice di non enorme valore, ma prediletta dai musulmani, in particolare della tradizione sciita: Maometto ne aveva al dito uno con incisi alcuni versetti del Corano.
Ora, come abbastanza ovvio, non si scopre nulla, e già Aristotele osservava che nell'opera d'arte la finzione parla dell'universale. Ma se a Bagdad è andata come è andata e Soleimani è effettivamente morto, è pur vero che dall'11 settembre 2001, e quindi ormai da quasi vent'anni, i conflitti geopolitici, il terrorismo, le ambiguità e le bugie che gli stanno attorno, insomma tutto questo incandescente immaginario è entrato a far parte di uno spaventoso spettacolo di successo che ispira e condiziona gli eventi e da essi è ispirato e condizionato. Stessi scenari, stessi volti, stesse sincopate minacce (ora anche social), e cortei di auto folgorate, droni, video, fiamme, bare. Il caos geopolitico e l'accuratezza degli script, i disastri del multilateralismo e la paranoia dell'audience, i dilemmi della democrazia e le dinamiche di un broadcasting non sai bene se più eccellente o parassita. Stai a vedere che fra interdipendenza e sbornia di telefilm, troppa tv fa comunque e davvero male.
Sul Venerdì del 17 gennaio 2020