Fuoriusciti d’Italia
Filippo CeccarelliPer una di quelle coincidenze o meglio sincronie non sai bene se più curiose, crudeli, istruttive o chissà che, proprio nei giorni in cui si ricordava Bettino Craxi ad Hammamet, il tema dell’esilio andava in scena a teatro rappresentando, con esattezza storica, un incontro tra due figure che nel 1944 la politica aveva costretto a vivere lontano dall’Italia: don Luigi Sturzo, fondatore del cattolicesimo politico, e Gaetano Salvemini, indiscusso maestro del pensiero liberal-socialista.
Ora, sarebbe un’inutile bestialità mettere a confronto le ragioni che portarono all’estero Craxi con quelle di Sturzo, Salvemini e di tanti antifascisti esuli a Parigi, Londra, Mosca e, nel caso specifico, in America. Ma lo spettacolo, che come titolo ha appunto Fuoriusciti, è stato scritto dal giornalista, scrittore e consigliere per la comunicazione del Quirinale Giovanni Grasso ed è diretto da Piero Maccarinelli (esordio al Mina Mezzadri di Brescia e fino al 2 febbraio al Gobetti di Torino), ha il merito di ricordare non solo che la democrazia italiana è in gran parte fondata sull’esilio, ma che quest’ultimo, nella sua concezione romantica ereditata dal Risorgimento, non è uguale quasi per nessuno, anche se tutti fa soffrire e spesso così dolorosamente da oscurare ogni ragionevole traguardo.
Quando sbarcò nella gelida New York con il suo altare portatile in valigia, don Sturzo (interpretato da Antonello Fassari, in basso, nella foto di scena di Andrea Guermani) aveva in tasca un passaporto scaduto, 10 dollari e non sapeva dove andare a sbattere la testa. Il Vaticano lo aveva completamente mollato e alcuni professori di Harvard organizzarono per lui una colletta. In quell’università insegnava da anni Salvemini (sul palcoscenico Luigi Diberti): tanto “invecchito”, come si presentava lui stesso che a 35 anni aveva perso moglie e cinque figli sotto il terremoto di Messina, quanto amareggiato e ruggente anche nei confronti degli altri litigiosissimi fuoriusciti antifascisti (se ne ebbe prova quando prendendo spunto dall’esule Toscanini la propaganda americana, con l’adesione anche di Sturzo e Salvemini, produsse un film tratto dalla cantata di Verdi Inno delle Nazioni).
Nulla meglio del teatro riesce a rendere l’eterno sfacelo e le relative speranze civili di questo «povero e amato Paese». Ma nessuno meglio di chi è sradicato riesce a cogliere il carattere degli italiani, la propensione a salire sul carro del vincitore, l’arte di arrangiarsi combinando pasticci, la tragicommedia permanente, la finzione predatoria dell’Uomo forte di turno. Ne sono testimoni, fuori e dentro il loro tempo, Sturzo e Salvemini, ma forse anche Craxi, e certo quei giovani cervelli in fuga che trovano la forza di andarsene per ritornare chissà quando.
Sul Venerdì del 31 gennaio 2019