C'eravamo tanto incravattati
Filippo CeccarelliInterrogativi inutili, anche se non del tutto innocui: che cosa ne sarà tra cinque o dieci anni della cravatta che Luigi Di Maio si è tolto platealmente durante il discorso delle dimissioni e che qualche zelante Cinque Stelle ha subito collocato sotto una campana di vetro? Nell'immagine che si vede qui sotto, tratta da un filmato dell'agenzia Vista negli uffici parlamentari del M5S, si staglia fra le memorabilia della storia recente: una foto della marcia "francescana" Perugia-Assisi, un simil cartello stradale "Attenzione Cambiamento in corso" emesso dopo il decreto spazzacorrotti, una bottiglia vuota di spumante con etichetta "Bye bye vitalizi" e una delle ineffabili scatole, anch'esse perdutamente vuote, che nelle intenzioni della creatività grillina avrebbero dovuto - oh lacrimae rerum! - solennizzare questo o quel provvedimento governativo.
Ma la sconfitta cambia tutto; e sottratta alla sua funzione ornamentale attorno al collo di Giggino, e deposta sotto vetro per lunghezza come fosse in croce, l'ex cravatta dell'ex leader finisce per simboleggiare la dissoluzione dei Cinque Stelle e quel che ne resta in termini post-regressivi, un salto nella nebulosa del futuro remoto, là dove la religiosità primitiva dei feticci s'incrocia con evoluti gadget specialmente visibili e forse persino auto-ironici.
Ora, è vero che anche nella fase più matura della Prima Repubblica alcuni oggetti e indumenti tipo l'amletico maglione nero di Pannella, i jeans di Emma Bonino (con su scritto: "Ne hanno viste di tutti i colori"), o i guanti di Luigi Pintor o una scarpa di Bassolino furono messi all'asta per finanziare i radicali, il manifesto o la campagna elettorale ds. Così come nella Seconda, sia pure sfidando il ridicolo, venne assegnato un rilievo soprasensibile all'ampolla utilizzata nei rituali idrici dal Bossi secessionista per raccogliere l'acqua del sacro fiume Po - recipiente di cui peraltro si sono perse le tracce.
È che di solito la storia, anche senza la maiuscola, ci pensa lei a trasformare cimeli e amuleti in ciaffi destinati alla polvere e pretesi attrezzi magici in fastidiosa paccottiglia. Se la vitalità politica sta a zero, d'altra parte, non basta un'ombra di sacro e per giunta fasullo a ridarle energia e prospettive di successo. Così fra non molto qualche addetto alle pulizie e ai traslochi nelle sedi istituzionali si troverà interdetto dinanzi all'ingombrante contenitore della cravatta di Di Maio: "E di questo coso" dirà "che ne facciamo?".
"La sera mi metterai al riparo sotto una campana di vetro" disse il fiore al Piccolo Principe. Ma era un fiore vanitoso, astuto e problematico, il più classico narciso: meglio perderlo che ritrovarselo nel precoce e ingombrante museetto della Terza Repubblica.
Sul Venerdì del 7 febbraio 2020