La geopolitica della cavalletta
Filippo CeccarelliSe ne saranno andate, nel frattempo, le cavallette? Boh. L'informazione purtroppo funziona così, e con l'Africa ancora di più: una suggestione allarmante, un breve strepito di parole, un comunicato della Fao o dell'Onu, uno o due video, qualche foto, qualche sporadico ritorno e buonanotte. Sottinteso: si arrangiassero un po' loro, benedetti africani, tra guerre, eccidi, carestie e sbalzi meteorologici. Per cui le cavallette rimangono lì: fra Kenya, Etiopia e Somalia hanno infestato un'area di 2.400 chilometri quadrati ai danni di circa venti milioni di abitanti, per lo più agricoltori e allevatori. Addio pascoli e raccolti.
Non solo, ma le piogge di marzo e gli imminenti tepori sono destinati a moltiplicare per 500 il numero degli insetti invasori, già oggi censiti attorno ai 200 miliardi. Con il che, come l'Egitto dei faraoni colpito dall'ottava piaga (Esodo, 10 e ss), dopo qualche millennio saranno a rischio anche l'Uganda e il Sud Sudan, nazioni fra le più disgraziate al mondo. Hai voglia a fermare la catastrofe con i tamburi, gli spari o il fumo; l'unico modo sarebbe bombardare con aerei carichi di pesticidi. E poi ci si sorprende che moltitudini di africani vengono in Europa!
La foto che si vede qui parla, come si dice, da sola. Per uno di quei cortocircuiti che si avrebbe persino vergogna di esprimere, quel pulviscolo che oscura il cielo e la figura umana ricorda la cascata di coriandoli sui palchi dei leader nelle manifestazioni politiche. Ogni locusta, il cui nome deriva significativamente dal latino Locus ustus, luogo bruciato, depone le uova ogni tre mesi, pesa due grammi e deve mangiare tutti i giorni il suo stesso peso; ogni sciame conta dai 40 agli 80 milioni di esemplari con punte però anche di 150. Dopo ogni passaggio non resta che cenere. La velocità di crociera dello sciame è di 15 chilometri orari, e ogni giorno uno sciame può fare 150 chilometri, pure attraversando estesi bracci di mare.
Il tenutario di questa rubrica non è ovviamente un esperto, ma ha trovato a suo modo piuttosto istruttiva l'ipotesi che l'ultima catastrofica ondata è giunta sì in Africa attraverso lo Yemen, infelice Paese devastato dalla guerra, ma proverrebbe in realtà da ancora più lontano, tanto da aver suscitato aspri rimbalzi di responsabilità fra iraniani (sciiti) e sauditi (wahabiti). Dopo di che le cavallette dello scontro teologico e geopolitico del petrolio e dell'egemonia sul Medio Oriente si sono accanite là dove la guerra, il terrorismo, la miseria e i cambiamenti climatici sciaguratamente si combinano; in un groviglio di arcaica ed evoluta complessità che nessuna saltuaria attenzione, né illusione di mettersi in pace la coscienza con un articoletto in ritardo, riusciranno mai a sciogliere e forse nemmeno ad alleviare.
Sul Venerdì del 21 febbraio 2020