Come si affronta una calamità
Filippo CeccarelliPoi la pioggia è arrivata, e la siccità s'è interrotta. Ma anche per questo, o forse proprio per questo resta magnifica, nella sua potenza arcana, la foto della processione ad petendam pluviam, per invocare il dono dell'acqua nelle campagne di Marianopoli, Sicilia interiore e profonda, verso il santuario secentesco di Bilìci: i sacerdoti davanti, poi i contadini che portano sulle spalle un crocifisso disteso, dietro una statua di Sant'Antonio Abate con il suo porcellino e tutt'intorno un paesaggio splendido e riarso sotto un cielo azzurro senza una nuvola.
È piovuto dunque, se Dio vuole, e gli effetti sulla terra arida e sui semi che germinano possono cantarli degnamente solo l'alta poesia classica, Isaia, i Salmi, Virgilio, Lucrezio. In modo prosaico, nella provincia di Caltanissetta le piogge si erano ridotte più del 75 per cento rispetto all'anno scorso, e già da tempo su quei territori, come su altri del Mezzogiorno, volteggia lo spettro della desertificazione, gran brutta parola. Quindi sollievo, come minimo. Come massimo, o quasi, si apre invece un dilemma che reca in sé due possibili riflessioni, che il tenutario di questa cervellotica rubrichetta suggerisce di accogliere, se possibile, con pazienza e serenità.
La prima, messa giù secca secca come la stagione appena trascorsa non solo in Sicilia, è che le preghiere e le processioni, insomma i rituali della pioggia abbiano funzionato. Si prega di considerare da quanto tempo - millenni - e in quante parti del mondo - dovunque ci sia agricoltura - essi hanno luogo. Il rapporto fra meteorologia e potenze superiori, con varie forme di intercessione (danze, croci e litanie nei campi, immersione di statue sacre, lancio di pietre a simulare i tuoni, autoflagellazioni, fino ai sacrifici umani) è ben presente nel Ramo d'oro di James Frazer, fondamentale testo di antropologia culturale (1890). D'altra parte, chi liquida questa roba come frutto di superstizione può giovarsi anche del severo giudizio che di quel testo rese anni dopo il filosofo Ludwig Wittgenstein; per cui ben altri sono i motivi delle precipitazioni.
Ma a questo punto, scampata la siccità, tocca ritornare alla presente epidemia, pandemia, infodemia o quello che sia. Per dire, con timido sconcerto, che tra conflitti, profughi, terrorismo; e poi riscaldamento termico, polveri sottili, ghiacci che si sciolgono con la sorpresina; e ancora vulcani, terremoti, tsunami, bradisismi; e senza dimenticare le cavallette, le calamità epigenetiche e il rimbambimento universale, ecco che l'apocalisse, a volerla cercare, è sempre a portata di mano. Basta trascurare i segni di speranza, i colpi di fortuna, gli orizzonti della fisica che stanno mettendo in forse i rapporti fra causa ed effetto.
Sul Venerdì del 13 marzo 2020