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Le peripezie dell’immagine, le giravolte della cronaca, una finestra sulle gioie e le magagne della vita. Ogni giovedì il podcast di Filippo Ceccarelli, anteprima della rubrica del Venerdì di Repubblica

Dei costumi degli italiani

Chissà domani il ricordo di quandosi pensò che gli italiani dovevano comportarsi come i coreani. Secondoil consigliere del ministro della Salute: "Dobbiamo seguire la strategia di Seul", dove al netto delle app, da sempre quei disciplinatissimi cittadini indossano le mascherine, senza virus, mossi da spontaneo e rigoroso spirito collaborativo e antiraffreddore.

E invece noi qui tutti tappati in casa, e mai come dinanzi alle costrizioni della natura matrigna torna utile il genio di Giacomo Leopardi, per cui gli italiani "non amano la vita domestica" e "dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica, alle feste". Donde i fuggiaschi di mammà, gli incoscienti dei treni, i furbetti della gitarella, i finti runners, i falsi portatori di cani e quanti si ammucchiano per scrivere: "Andrà tutto bene!".

Gli italiani, appunto: appassionati, incivili, eroici, buffoneschi, commossi, astuti e insieme ottusi come li mette a nudo l'epidemia in questi giorni di sceneggiate e altoparlanti sui balconi, incredibili e cangianti autocertificazioni, esaurimento nervoso sui divani, cazzeggio a tempo pieno sui social, audience record del rosario, urlatori da talk, caccia alle mascherine, passeggiatori nudi, fake della Madonna di Loreto in elicottero, aperiSkype, vere lacrime e bugiarda retorica; a parte il ringhio del governatore col lanciafiamme, l'anziano e benefico Cavaliere a Nizza con la giovanissima deputata, il ministro spiritoso col bavaglio a penzoloni, gli inesorabili pasticci delle "classi superiori che son le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni", mentre "il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci".

Se mai c'è un testo che vale la pena di leggere in attesa del mirabolante modello coreano, tocca inchinarsi dinanzi al Discorso sullo stato presente dei costumi degl'italiani che Giacomo Leopardi compose, lasciandolo incompiuto sul più bello, nel 1824; e che in disperata radicalità spiega quello che oggi siamo e sempre saremo, poveri e fantastici imprigionati: "Sto da tre giorni a casa coi miei famigliari, mi sembrano brave persone...". Perché gli italiani, semplicemente, non hanno né fanno società; quindi se ne fregano di tutto e di tutti a cominciare da se stessi. "Qui la morale manca d'ogni fondamento", "né la forza potrà mai né produrre i buoni costumi né bandire o tener lontani i cattivi". Dal che "il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d'ogni cosa e d'ognuno". Inoltre "posseggono l'arte di perseguitarsi scambievolmente", "fino al sangue". Ne derivano "incalcolabili danni".

Leopardi morì a Napoli durante l'epidemia di colera il 14 giugno del 1837. Stava per compiere 39 anni e aveva diverse altre patologie.

Sul Venerdì del 3 aprile 2020

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/indizi-neurovisivi/2020/04/01/audio/dei_costumi_degli_italiani-422980649/

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