Indizi neurovisivi
Le peripezie dell’immagine, le giravolte della cronaca, una finestra sulle gioie e le magagne della vita. Ogni giovedì il podcast di Filippo Ceccarelli, anteprima della rubrica del Venerdì di Repubblica

Soppressata mia quanto mi costi

Andata e ritorno, peripezie e cortocircuiti dell'immagine promozionale. Premesso che la Calabria è unica al mondo e quindi straordinaria nella sua varietà di storia, geografia, arte, cultura, delizie, miserie, misfatti, generosità, eccetera, si può comunque partire da quando, nel giugno scorso, una goffa pubblicità di Easyjet trovò il modo di accostare la regione alla criminalità e ai terremoti: apriti cielo, e anche giustamente. Sennonché, all'estremo opposto, la risposta è arrivata l'altra settimana con un cortometraggio, Calabria terra mia, commissionato dalla giunta al regista italo-hollywoodiano Gabriele Muccino e venuto a costare la non modica cifra di un milione e 600 mila euro. Il super-spot consiste in una lunga (8 minuti) e spezzettabile messa in posa di Raoul Bova, nato e cresciuto a Roma seppur di origini calabresi, e della sua compagna Rocío Muñoz Morales; insomma, lui porta lei in gita d'amore nel profumatissimo "giardino d'Italia", dove è cresciuto, forse, o ha passato le vacanze da bimbo, o forse è solo conosciuto, non si capisce tanto bene.

Ma davvero non ha importanza perché in un tripudio di colori irreali e cesti di agrumi decontestualizzati, corse sulla spiaggia e dialoghi a tratti imbarazzanti, il mandato dell'operazione era di presentare e "vendere" - come rivendicato dai politici calabresi - una regione insieme fantastica e complicata ai turisti. Con il che la regia ha proceduto alla pura e semplice abolizione della realtà, che da quelle parti è molto potente, sostituendola con un'oleografia da un lato accattivante, dall'altro arrischiata, che raggiunge l'apice nel passaggio in cui la cugina Adelaide porge a Bova i sensi di un'ospitalità che si rinnova nel tempo: "La prossima volta ti faccio trovare la soppressata". E lui, anche un po' brusco, montando sul gippone rosso: "Quella col finocchietto, però!".

Ora, uno spot è uno spot, e Muccino è Muccino - e non, per dire, Gianni Amelio, che è calabrese. Così non sembra il caso di ironizzare più di tanto, mostrare boria o puzzetta sotto il naso, come pure chiedersi quante buone cose potevano farsi con tutti quei soldi. Più stravagante, semmai, ma fino a un certo punto, è notare come il marketing, il finto, l'effimero, il patinato, il melenso e il photoshoppato, a lungo andare, finiscano per perdersi dietro il sogno e l'emozione ridestando, a loro insaputa, la stessa vena malinconica che recano alcune pubblicità di polizze assicurative; per cui il tempo passa, Muccino (53) non è più un ragazzino, Bova (49) può interrogarsi sul suo essere ancora un sex symbol, tutto è troppo bello per non essere smascherato, la vita nuda è più forte delle telecamere e l'ombra sottile del reale, per vie traverse, si prende la sua rivincita.

Sul Venerdì del 6 novembre

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/indizi-neurovisivi/2020/11/04/audio/soppressata_mia_quanto_mi_costi-422980328/

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