Indizi neurovisivi
Le peripezie dell’immagine, le giravolte della cronaca, una finestra sulle gioie e le magagne della vita. Ogni giovedì il podcast di Filippo Ceccarelli, anteprima della rubrica del Venerdì di Repubblica

Vatti a fidare di un Nobel

È vero: a volte il Premio Nobel per la Pace è un affidamento, altre volte una certezza. Ma nel caso del premier etiope Abiy Ahmed Ali, che lo ottenne nel dicembre 2019, tocca oggi riconoscere che è stato un triste errore, una penosa illusione e un disastro dello sguardo e del cuore. Perché da quel che a fatica sta filtrando dalla censura di guerra, e anche dalle mezze ammissioni dello stesso Ahmed, quanto è accaduto nei mesi scorsi nella regione del Tigray, e forse non è ancora finito, cancella purtroppo le speranze e l'onore di quel premio. Col risultato che adesso non si sa se concentrarsi su quelle immagini di morte, il frutto dei bombardamenti e delle esecuzioni di civili a freddo, i cadaveri gettati nei dirupi, gli attacchi alle chiese, i bambini feriti, le testimonianze delle donne violentate, l'esodo dei sopravvissuti sui sentieri di polvere, quasi un milione, per dare il senso e la portata degli eventi nascosti all'opinione pubblica internazionale. O se invece non valga la pena di andare su YouTube e lì sorbirsi, col peggiore senno del poi, un'ora e 20 di cerimonia in pompa magna nel municipio di Oslo tirato a lucido, gli squilli di tromba che accolgono solennemente la famiglia reale, il governo norvegese, i prestigiosi giurati e lui, Ahmed, 44 anni, "l'uomo dei miracoli", "la risorsa dell'Africa", il presidente che è appena riuscito nell'impresa impossibile di far cessare l'annoso (1998) conflitto fra l'Etiopia e l'Eritrea, e che governa la notevole crescita economica del suo Paese (più 6 percento), favorisce l'ascesa delle donne nelle istituzioni, libera dalle galere i prigionieri politici, fa tornare in patria gli esuli, promette libere elezioni e democrazia.

Toccante il discorso del giovane leader, con ricordi personali di guerra, matura coscienza e l'intento di fare del Corno d'Africa "un tesoro di Pace e Progresso". Lieta la performance affidata alla voce bellissima della cantante etiope Betty G., di lì a poco nominata ambasciatrice dell'Unhcr a protezione dei rifugiati. Pubblico nordico composto, seppur con standing ovation finale, campane in festa, campanellini di complemento, inquadrature di fiori. E poi? Beh poi, cioè nemmeno un anno dopo, con una mossa che dire machiavellica è poco, l'Etiopia di Ahmed si allea con gli ex nemici eritrei e insieme ad altre milizie che te le raccomando mettono a ferro e fuoco la vasta area indipendentista tigrina alla faccia della pace, del premio, dell'economia, delle donne e della democrazia.

È vero: sono questioni complicate, secolari rivalità etniche, conti da regolare. Ma l'Occidente più civile ed evoluto ha comunque preso una dolorosa cantonata, un'altra delle sue. Più forte del Nobel è il tempo: poche le persone e le cose che riescono a tenergli testa.

Sul Venerdì del 16 aprile 2021

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/indizi-neurovisivi/2021/04/14/audio/vatti_a_fidare_di_un_nobel-422980590/

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