Nella bolla di Putin
di Filippo CeccarelliTra errori di calcolo, minacce atomiche e ipotesi geo-psichiatriche, nel pieno della campagna d’Ucraina varrà la pena di prendere un bel respiro e chiedersi se c’è un nesso neurovisivo tra il Putinone che andava a cavallo a torso nudo, nuotava, pescava, atterrava avversari in tenuta da judoka, entrava nelle gabbie delle fiere per accarezzarle e l’uomo che, prossimo a compiere i fatidici 70, impartisce ordini tenendosi lontano, lontanissimo, da minuscoli funzionari nomenklati che la foto qui sotto nemmeno riesce a identificare. Ora, la distanza è certo uno dei tratti del potere, ma quando è troppa finisce per rivelare fino a che punto nel caso di Vlad – bad o mad che lo si voglia considerare – il tempo macho delle prodezze pop abbia lasciato il campo a un automa non più guidato dalla sua volontà. In questi giorni scrittori, politologi e apparati spionistici si sono esercitati sulla presunta pazzia dell’autocrate, certo cambiato, forse malato, comunque irriconoscibile, come se fosse in trance o chiuso in un bunker claustrofobico, immerso in una bolla di fanatismo messianico, prigioniero di una realtà parallela, ossessionato dal Covid e da fantasmi privati. Eppure è quasi sempre inutile diagnosticare patologie mentali ai dittatori. Erano matti Stalin, Hitler, Mussolini e Gheddafi? Beh, qualcosina lo lascia pensare, ma per la storia che cosa cambia? Il punto, semmai, è che senza quella follia non sarebbero arrivati e rimasti tanto a lungo al potere. Così, l’unico conforto sta in un libricino uscito 45 anni fa, Saggio sui potenti, di Piero Melograni (Laterza, 1977), in cui è ben spiegato che i potenti, appunto, conoscono molto meno di quello che s’immagina; che nel loro quotidiano subiscono l’influsso di organizzazioni esterne oltre che di paralizzanti burocrazie; che sono condizionati dalle leggi dell’economia; che bene o male devono sforzarsi di tener conto di ciò che pensano le masse e i media, che a loro volta spesso e volentieri risentono di suggestioni irrazionali. E già questo basterebbe non già a compatire la sorte dei tiranni, ma almeno a comprendere la vitaccia che fanno. Ma tocca aggiungere un altro inconveniente che consiste nel numero di volte al giorno in cui sono costretti a pensare che qualcuno – più di qualcuno, in realtà – vuole ucciderli. Hai voglia con pretoriani, sosia e cuochi assaggiatori! Al di là dell’illusoria messinscena, i potenti sono poco potenti. Melograni parla moltissimo della Russia. In Guerra e pace Tolstoj ha eretto il perfetto monumento di questa impotenza. Più che la follia, la distanza fra Vlad e i suoi mette a nudo il volto demoniaco del potere: essere posseduti da una volontà che sola crea la grandezza, ma insieme racchiude in sé forze pericolosamente distruttive. Sul Venerdì dell'11 marzo 2022