"Io so' io e voi..."
di Filippo CeccarelliFra i vari titoli, personaggi e frammenti di film che il cinema proietta nel mondo della politica – dall’Armata Brancaleone alla rivisitazione fantozziana della Corazzata Potemkin passando per il “Di' qualcosa di sinistra” di Nanni Moretti – riscuote oggi il maggiore successo una battuta pronunciata dal Marchese del Grillo nell’omonimo film di Mario Monicelli (1981). La magistrale espressività romanesca si deve ad Alberto Sordi, ma nell’ultima settimana la frase è significativamente risuonata a proposito del piglio della premier Meloni nei confronti dei suoi alleati, così come se la sono reciprocamente rinfacciata i seguaci di Renzi e Calenda per indicare l’attitudine dispotica che nei rispettivi leader avrebbe determinato il fallimento del Terzo Polo. Si tratta di un assunto che sa di proverbio e insieme di dichiarazione programmatica: “Io so’ io, e voi nun sete un cazzo”. Non si entrerà nel merito della faccenda. Solo si vorrebbe, anche per onestà d’attribuzione, chiarire il prima possibile che tale motto è un notevole endecasillabo tratto da un sonetto dell’immortale Giuseppe Gioachino Belli e risalente a quasi duecento anni orsono. S’intitola Li Soprani der Monno vecchio e vale la pena di riportarlo per intero, con il suo esordio fiabesco e il minaccioso finale, nuda e cruda verità rispetto al potere e all’ambigua acquiescenza del popolo: «C’era una volta un Re che dal Palazzo/ mannò fora a li popoli st’editto:/ ‘Io sò io, e voi nun sete un cazzo,/ sori vassalli buggiaroni, e zitto./ Io fo dritto lo storto e storto er dritto:/ posso venneve a tutti a un tant’er mazzo:/ Io, se ve fo impiccà nun ve strapazzo,/ che la vita e la robba Io ve l’affitto./ Chi abbita a sto monno senza er titolo/ o de Papa, o de Re, o d’Imperatore,/ quello nun po avè mai voce in capitolo’./ Co st’editto mannò er Boia pe curriero,/ interrogando tutti in sur tenore;/ e arisposeno tutti: “E’ vero, è vero”». Quando si dice che la grande poesia non invecchia, si dice che il celebre verso fatto proprio dal Marchese del Grillo si adatta non solo all’eterna sovranità, ma soprattutto all’ambigua acquiescenza del popolo che china la testa fino a quando, prima o poi, le condizioni non lo incoraggeranno ad alzare, insieme alla testa, anche le mani contribuendo all’inevitabile disgrazia dei potenti. E tuttavia, nello specifico odierno, da Meloni a Renzi e Calenda senza escludere tanti altri, “Io sò io” esprime come meglio non si potrebbe il più superbo e scurrile egocentrismo di una classe politica maturata a suon di narcisismo mediatico; mentre “e voi nun sete un cazzo” sottintende un nichilismo che, in prolungata assenza di ideali e progetti, appare così cieco e grottesco da guadagnarsi un posticino nell’immaginario post-democratico. Sul Venerdì del 28 aprile 2023