Indizi neurovisivi
Le peripezie dell’immagine, le giravolte della cronaca, una finestra sulle gioie e le magagne della vita. Ogni giovedì il podcast di Filippo Ceccarelli, anteprima della rubrica del Venerdì di Repubblica

Il Vesuvio siamo noi

Lì sull'arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null'altro allegra arbor né fiore, ecco, proprio nel luogo così descritto da Leopardi ne La Ginestra, non lontano dal cratere si sarebbe voluta celebrare la festa dello scudetto al Napoli con la più fantasmagorica eruzione di fuochi d'artificio. Si tratta in verità di un sogno periodico, già parzialmente realizzato dopo il primo campionato vinto dalla squadra nel 1987, quando alcune migliaia di fumogeni tricolori vennero accesi sul dorso del vulcano, ma quel giorno le nuvole erano fitte, la visibilità scarsa e la cosa ebbe pochissimo risalto. Il punto è che da allora la religione calcistica si è vieppiù esaltata, così come l'ansia degli spettacoli; per cui da qualche parte è stata rilanciata l'iniziativa, ma le autorità, a cominciare dall'Ente Parco Nazionale del Vesuvio, si sono allarmate e così nel momento in cui il Napoli è diventato campione d'Italia sono state opportunamente bloccate le vie d'accesso ai tifosi incendiari.   In compenso per le vie della città sono apparsi ben due, finora, Vesuvi in miniatura: uno nel Borgo di Sant'Antonio Abate, sovrastato da un enorme simulacro in cartone di Maradona e un altro nei Quartieri Spagnoli, pure dotato (come quello di Berlusconi a Villa La Certosa) di impressiva illuminazione con rosseggiante fuoriuscita di simil lava. Ora, si comprende il dato identitario e addirittura oleografico che lega Napoli al Vesuvio; ma assai meno chiaro, sempre in tema, risulta il motivo per cui a partire dallo scorso anno la tifoseria partenopea si sia impossessata, facendola risuonare dall'intero stadio durante l'intervallo, di quell'invocazione che nella guerra civile del calcio era stata originariamente scagliata proprio contro Napoli e i suoi abitanti. La prima parte, si direbbe la premessa della maledizione, risuona discorsiva, per giunta sul motivo di un brano pop, Freed from desire di Gala: "E sembra che lui dorma,/ con Etna e Stromboli,/ E invece no, il mio sogno esaudirò"; e a questo punto esplode il coro, poderoso e ritmato, rivolto al vulcano: "Vesuvio erutta, tutta Napoli è distrutta!". Come ovvio non appare una prospettiva rosea per chi gioca in casa, né sembra che si possa chiamare in causa l'autoironia. Il grido risuona piuttosto, a un livello prerazionale o se si preferisce mitico e magico, come una specie di sfida al malaugurio, un esorcismo di massa, un inno alla forza pirica delle divinità sotterranee, una scaramanzia che rovescia la sventura e scuote il mondo. Siamo noi il vulcano - qui raffigurato in un'opera di Pierre-Jacques Volaire - siamo noi il temuto bollor che si riversa, dall'inesausto grembo sull'arenoso dorso a cui riluce di Capri la marina e di Napoli il porto e Mergellina.    

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