Se riparte il Bagaglione
Ecco che cosa significa essere conservatori. Significa, detto senza ironia, rimandare in onda sulla Rai riconquistata Il Bagaglino; e magari, come accennato dal suo storico demiurgo Pierfrancesco Pingitore, 88 anni, amplificandone la risonanza in Il Bagaglione, dopo tutto se lo meriterebbe. Il destino dei palinsesti, certo, sta sulle ginocchia di Zeus e quindi non si può sapere né il chi, né il quando, né il come, né il dove, ma sul perché il ritorno della farsa televisiva metterebbe in conto il suggerimento – per quel poco che vale – di farla precedere da una piccola storia del glorioso cabaret che nacque a Roma alla metà degli anni 60 in un’umida “cantinaccia” di via della Campanella, secondo la leggenda proprio in uno stabile che aveva ospitato una casa di tolleranza. Più che uno stigma, l’origine postribolare recava a suo modo un sovrappiù di orgogliosa identità anarco-maschilista, provenendo il gruppo dei fondatori (con Pingitore, Finaldi, Palumbo, Cirri, Dalla Bona, Castellacci) da una militanza che senza tentennamenti si può definire neo-fascista. Il punto che gioca a favore del revival è che da quel tronco si diramò una serie di trasmissioni – Biberon, Crème caramel, Saluti e baci, Bucce di banana, Torte in faccia, Champagne – destinate dalla fine degli anni 80 a conquistare ascolti milionari in prima serata. Di quella fortunata stagione Oreste Lionello e Pippo Franco furono i grandi mattatori, Pamela Prati e Valeria Marini le prosperose e mute bellone semisvestite che riscaldavano il pubblico insieme a una serie di ospiti politici smaniosi di salire sulla ribalta per farsi ingaglioffire (vedi il futuro presidente del Senato La Russa perdutamente inzaccherato di panna) oltre ai sosia che dei potenti rappresentavano il lato basso, indicibile, necessariamente carnevalesco. Ci sono saggi (Enrico Pozzi, Governare l’immaginario, Ed. Il Corpo, 2002) che sulla scorta di importanti e oscuri pensatori come Warburg e Bachtin hanno riletto l’esperienza de Il Bagaglino sotto la luce paradossale dell’antifrasi, figura retorica per cui il senso di un’espressione risulta opposto a quello che assume normalmente; dal che Il Bagaglino finiva per consacrare il potere proprio nel momento in cui sembrava deriderlo. Ma senza troppo avventurarsi basti qui riconoscere che nessuna altra trasmissione ha rivelato meglio il grottesco latente nella commedia politica italiana e anticipato il disfacimento della democrazia, la sua riduzione a capriccio e narcisismo, i ritmi concitati, le maschere, gli strilli, i calci in culo, le lingue di fuori. Questa Rai è dunque matura per Il Bagaglione. “Conservare il futuro”, come da titolo di un capitolo della fiabesca autobiografia della premier Meloni: non sarà difficile trovarle una sosia all’altezza. Sul Venerdì del 23 giugno 2023