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È presto per cantare vittoria

Donald Trump (reuters)

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Bellissime e pessime notizie dalla guerra
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Se c’è un’offerta di pace, prendila — la frase che è risuonata in questi giorni nelle diplomazie mondiali — fa eco a un’altra frase attribuita a Donald Trump. Il quale avrebbe detto a Netanyahu, negli ultimi giorni di trattativa: “Non capisco perché sei sempre così negativo. È una vittoria, prendila”. È un’offerta di pace, prendila. È una vittoria, prendila. Non c’è dubbio che il pragmatismo sia una caratteristica del presidente degli Stati Uniti, coniugato alla prepotenza, all’impazienza — quella di chi non è abituato ad essere contraddetto — e a parecchie altre caratteristiche personali e politiche che non fanno di lui l’uomo che vorreste avere come capufficio. Non c’è dubbio, parimenti, che abbia ottenuto con questo metodo — che evidentemente Netanyahu ha riconosciuto come il proprio, dunque accolto — qualcosa che nessun altro prima. Dunque evviva. Anche se è allo stesso tempo una eccellente e una pessima notizia.

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Se c’è un’offerta di pace, prendila — la frase che è risuonata in questi giorni nelle diplomazie mondiali — fa eco a un’altra frase attribuita a Donald Trump. Il quale avrebbe detto a Netanyahu, negli ultimi giorni di trattativa: “Non capisco perché sei sempre così negativo. È una vittoria, prendila”. È un’offerta di pace, prendila. È una vittoria, prendila. Non c’è dubbio che il pragmatismo sia una caratteristica del presidente degli Stati Uniti, coniugato alla prepotenza, all’impazienza — quella di chi non è abituato ad essere contraddetto — e a parecchie altre caratteristiche personali e politiche che non fanno di lui l’uomo che vorreste avere come capufficio. Non c’è dubbio, parimenti, che abbia ottenuto con questo metodo — che evidentemente Netanyahu ha riconosciuto come il proprio, dunque accolto — qualcosa che nessun altro prima. Dunque evviva. Anche se è allo stesso tempo una eccellente e una pessima notizia.

Graza. Trump al telefono con famiglie degli ostaggi: "Grazie Presidente". Lui: "Torneranno lunedì"

Eccellente, perché se l’accordo di pace, qui al primo passo, dovesse reggere alle moltissime incognite che costellano la sua strada sarebbe un risultato storico. Pessima perché sarebbe la definitiva disfatta, agli occhi dell’opinione pubblica, dei metodi di convivenza e di conciliazione democratica che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento. Più brevemente: la vittoria delle maniere forti, del duro che batte il pugno. Delle sberle educative. Del ricatto e della minaccia. Ma, dicevamo, se reggerà. Molti punti restano da chiarire. È certo che Trump abbia avuto una freccia in più al suo arco da quando Israele ha bombardato l’edificio del Qatar — paese neutrale — dove erano riuniti i negoziatori. Non si fa, questo non si fa. Netanyahu è stato costretto alle scuse, che Trump avrebbe scritto di suo pugno. Ma poi: in cambio di cosa Hamas accetta di rinunciare al rilascio di Marwan Barghouti, uno dei leader palestinesi più popolari? E perché accetta il controllo di Israele su più della metà del territorio, a che condizioni? Vedremo, serve ancora tempo.

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