Le amiche, se sapevano cosa stava succedendo, avrebbero dovuto denunciarlo. Questo ha detto Una Smirnova, la madre di Pamela Genini, 29 anni, uccisa a coltellate da Gianluca Soncin. Se sapevano avrebbero dovuto. Che grandissima questione. Chi sa dovrebbe. La vittima, in primo luogo, che senz’altro sa. Amici e parenti dell’aguzzino: è una condizione così rara che sia chi conosce bene il persecutore a denunciarlo. Eppure il pericolo, per la società e per le persone, è chi aggredisce. Prima di invitare le vittime a difendersi si dovrebbe invitare a non farlo — educare moltissimo, vigilare attentamente — chi ha comportamenti violenti: è qui, il problema. Ma sono ancora rare, le denunce, e spesso vane. Proprio perché sono vane sono rare.
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Ricordo il padre di una ragazza uccisa, anni fa, che diceva: l’ha uccisa dopo che lei lo aveva denunciato, proprio perché lo aveva denunciato.
Se mia figlia fosse ancora in vita la convincerei a non farlo. La farei fuggire, piuttosto. Andare altrove, sparire. È così, purtroppo. Chi non denuncia non lo fa per paura: che non succeda niente, che lui torni, che dopo sia peggio. Gli amici, le amiche, ammesso che sappiano, cosa dovrebbero fare? Denunciare anche se la persona vittima di violenza non lo fa? Parlarle, convincerla e se non ci riescono farlo comunque? Può darsi, moralmente, ma chiedo: avrebbe qualche effetto concreto la denuncia di una persona estranea ai fatti in assenza dell’accusa della protagonista? Non credo, non dal punto di vista delle sanzioni. Ma poi. Quanti sono al corrente di violenze di cui la vittima non parla? La stessa madre di Pamela ha detto che non aveva alcun sospetto, “era una relazione sentimentale normale, lui sembrava gentile”. Anche quella volta che sua figlia è tornata a casa col dito rotto: “Non sapevo che fosse stato lui a romperglielo”. Dunque, persino di fronte a una frattura, nessun allarme. Non so, è delicatissima la questione. Non basta dire chi sa parli. Bisognerebbe capire anche senza sapere. E poi?