Come dice Pegah Moshir Pour non è la bomba che cade sulla raffineria, sull’impianto petrolifero, il vero danno. È quello che avviene dopo. È che noi siamo assuefatti alle immagini, allo skyline televisivo del fumo che si alza sull’orizzonte, al videogioco in bianco e nero delle immagini dal drone. Noi l’odore non lo sentiamo, a noi non si riempiono i polmoni di veleno. Non vediamo la nube che arriva in casa, non possiamo renderci conto. Eppure. Quel fumo acre, l’inquinamento che si produce riguarda anche noi. E non solo ora.
Anni fa un amico mi raccontò che dopo la Guerra del Golfo, dopo l’incendio dei pozzi del Kuwait nel deserto s’erano formati laghi di petrolio, oltre cento chilometri quadrati, laghi che la sabbia non assorbiva. L’Onu stanziò 50 miliardi di dollari per sanare il danno. Lui partecipava al progetto, ci lavoravano da anni per ripristinare le falde acquifere, evitare che il danno si propagasse al mare. Ma non bastava mai. Ora dicono che forse finiranno nel 2027. Saranno passati 36 anni, e intanto un’altra guerra è arrivata.
Non è la prima volta che accade, nel nostro tempo e nel nostro mondo, ma sembriamo ignorarlo. In una guerra chi vince e chi perde — ci hanno sempre insegnato a pensare — si conta con il numero di morti, vince chi resta in campo. Ma quale campo. La contaminazione dell’aria, dell’acqua e della terra non si può mai confinare a un solo luogo né a una sola generazione. Qualcuno sta valutando le conseguenze? Non solo per la popolazione di Teheran, per tutti.
È una guerra fatta per il petrolio, come tutte le ultime guerre, come quella paventata per la Groenlandia, ma il petrolio è la risorsa di un tempo alla fine. È una guerra per un bene che ha già provocato altre guerre, altrui morti, inquinamento globale e sta in definitiva uccidendo la terra e chi la abita. Forse la colonna di fumo di Teheran ci mostra che non si sta morendo per la libertà ma per avere un bene che ha già ucciso e uccide. È una battaglia di retroguardia voluta da chi ignora il futuro. Il nostro.