Maurizio Olivieri. “Forse il nostro è un falso problema ma non ci dormo la notte, 80 anni io, 78 mia moglie, uno dei miei figli 48 anni ha perso lavoro due anni fa. Piccolo appartamento ristrutturato con 18.000 euro. La soluzione potrebbe essere affittarlo ma sembra che chiedere delle garanzie risulti una specie di razzismo. E se poi non pagano?”.
Simone Sereni. “Le propongo un altro genere di disagio abitativo, quello condiviso dalla ex ‘classe media’ soprattutto nelle grandi città. Il disagio di chi rischia di divenire povero. Sono sposato da 25 anni e abbiamo quattro figli. Mia moglie è precaria della scuola e non abbiamo una casa di proprietà. Con il mio stipendio di 2.250 netti al mese vivere in affitto a Roma, dentro al Gra, (attualmente pago 1.200 euro + condominio in 95 mq, in sei) è divenuto molto difficile. Per tutte le spese, se non subentra un lavoro di mia moglie, restano poco più di 1.000 euro. Sono molto preoccupato. Vedo almeno due criticità collegate: il ‘non mercato’ immobiliare (non mi sembra né libera né credibile la funzione delle agenzie) il ruolo di chi ha enormi disponibilità di liquidi e quello dei fondi di investimento. Una cosa che rende ancora meno accettabile la solita solfa che stoppa le politiche abitative ‘tanto l’80% degli italiani sono proprietari di casa’. A parte che occuparsi anche solo di quel 20% che resta significa occuparsi di milioni di persone. Quanto incidono sulle quotazioni e sul mercato l’investimento di capitali di dubbia provenienza di privati o dei fondi (italiani e stranieri soprattutto), che tra l’altro stanno acquistando anche migliaia di ettari di terra in giro per l’Italia (conosco il caso della Val d’Orcia e delle Terre senesi) per realizzare residenze esclusive? Ha senso costruire ancora altre ‘case popolari’ — chissà dove poi, sento evocare solo questa soluzione — o la questione è più complicata e richiede interventi di politica economica più forti rispetto alle regole dei mercati privati?”. (concita@repubblica.it)
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