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Turbati e pallidi di preoccupazioni

Una scena dello spettacolo con Barbara Chicchiarelli al Piccolo Eliseo 

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In bilico sul crinale della povertà dell’oggi
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Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni. È un titolo folgorante, come folgorante è la scrittura di Lucia Calamaro: forse la più illuminante, senz’altro la più imprevedibile e contundente intellettuale della scena teatrale italiana. Ha scritto, anche questa volta, un testo che parla proprio di adesso proprio di noi. Direi, con linguaggio un po’ burocratico, un po’ da Istat: l’impoverimento della classe media. Dove impoverimento non è solo un’indicazione economica, ovviamente. È esistenziale. È tutto. Coi soldi che non bastano, con l’ansia di diventare poveri, camminare su quel crinale che fa sentire ancora emerso, difatti respiri, ma sai che un’onda una folata di vento un niente ti potrebbe già domani, stasera, spingere nel popolo dei sommersi. E dunque devi cercare aiuto, ma dove? Un sostegno dello Stato? Magari. Proviamo? Proviamo. La scena, a teatro, si apre così: due quarantenni precari, amici, conviventi in ragione del bisogno — niente amore niente sesso, due esseri umani in…

Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni. È un titolo folgorante, come folgorante è la scrittura di Lucia Calamaro: forse la più illuminante, senz’altro la più imprevedibile e contundente intellettuale della scena teatrale italiana. Ha scritto, anche questa volta, un testo che parla proprio di adesso proprio di noi. Direi, con linguaggio un po’ burocratico, un po’ da Istat: l’impoverimento della classe media. Dove impoverimento non è solo un’indicazione economica, ovviamente. È esistenziale. È tutto. Coi soldi che non bastano, con l’ansia di diventare poveri, camminare su quel crinale che fa sentire ancora emerso, difatti respiri, ma sai che un’onda una folata di vento un niente ti potrebbe già domani, stasera, spingere nel popolo dei sommersi. E dunque devi cercare aiuto, ma dove? Un sostegno dello Stato? Magari. Proviamo? Proviamo. La scena, a teatro, si apre così: due quarantenni precari, amici, conviventi in ragione del bisogno — niente amore niente sesso, due esseri umani inclinati che si sorreggono — fanno i conti del mese e realizzano che non tornano. Scontrini, scontrini. Fatture, bollette. Gioia Salvatori e Daniele Parisi sono straordinari nell’incarnare quello sgomento ancora stupito di chi si vede, ancora giovane ma ormai adulto, senza un posto dove andare a stare nel mondo. Semplicemente non c’è posto, per loro. Ma forse qualcuno, un funzionario pubblico, ha una soluzione: sarebbe logico, no?, che ci fosse un sostegno del governo per chi non ce la fa. Entra in scena Barbara Chicchiarelli, formidabile nella rappresentazione dell’indolenza e dell’accidia, della inutile condiscendenza di uno Stato che promette di esserci, ma invece. Il testo è vertiginoso, uno scandaglio nel presente. Lo spettacolo è in scena al teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 25 ottobre. Consacra la riapertura della sala, voluta da Alessandro Longobardi. È sempre una bellissima notizia, un teatro che riapre. Andate, se potete. Si ride molto, si pensa un po’ che male non fa.

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