Togliere lo sguardo dalle vetrine spaccate e continuare a tenerlo sui ragazzi, sulle loro ragioni, è l’esercizio obbligatorio di queste ore. Il minimo che possiamo fare per loro, diserbando stereotipi, per spezzare la spirale del dibattito distorto che rischia di schiantarsi nel burrone securitario. Ho ripreso a sfogliare un libro, s’intitola A volte ti amo, lo pubblica Einaudi. L’autore, Matteo Lancini, è uno psicoterapeuta milanese che con la sua Fondazione Minotauro lavora con ragazze e ragazzi dal 1984. Ragiona da anni sul rapporto tra i giovanissimi e i legami: d’amore, ma non solo. Parla di come sta cambiando la coppia. Lo spavento che spesso hanno dell’amore. Come fosse un pericolo, un’insidia da cui sottrarsi perché costringe a uscire da quello che noi per primi abbiamo insegnato, dagli anni Settanta in poi: autonomia. Cosa buona e giusta. È diventata: vietato soffrire, vietato inciampare, marciare diretti verso la massima affermazione di sé. Restare indipendenti. Guai alla dipendenza affettiva, che genera amore tossico. E via con il vocabolario dell’allarme sentimentale. Lancini ribalta, va contromano. E se dovessimo riportare i ragazzi a rieducarsi al rischio del legame? Al posto di incoraggiarli a correre forte e a fare da soli? La dipendenza sana dagli affetti nutrienti, la ricerca della relazione autentica come antidoto agli imperativi della contemporaneità. Molti giovanissimi e giovani adulti sono già là. Disinvestono dall’idea che affermarsi sia fare carriera. Fanno meno l’amore: la chiamano “recessione sessuale”. Sono interessati a penetrare la mente e non il corpo, scrive Lancini. Intimità simmetrica. “Amicizie amorose”, dopo il disinnesco del contatto legato alle paranoie sul corpo, in difetto e in eccesso, spesso amplificate nei reel dei social. Si smarcano da noi, cercano altre strade. Stiamo a guardare, senza invadere il campo. Fidiamoci e non saliamo in cattedra. Anche riflettere su questo – gli affetti, le nuove forme di relazione - è politica.
INVECE CONCITA