Morta una censura ne faremo un'altra?
di Michele SerraBenigni che butta a terra la Carrà e ci si sdraia sopra, che effetto farebbe, se accadesse oggi? Il fatto che entrambi ridono a crepapelle basterebbe a dare alla scena la giusta chiave di lettura, che era certamente scollacciata e sessuomane, ma serenamente complice? E il rosario di definizioni dell'organo sessuale femminile che il comico subito dopo snocciola, farebbe l'effetto di una preghiera laica (s'a ghé la figa, Diu al ghé, secondo Zavattini) o solleverebbe vibrate proteste sul web, perché l'immagine femminile è ben altro?
Ad ogni epoca la sua censura. Ma in memoria di Raffa abbiamo potuto ripassare anche il buon funzionamento della vecchia ipocrisia Rai, che ammoniva pro-forma ma poi chiudeva un occhio: le gambe delle Kessler e l'ombelico della Carrà andarono regolarmente in onda, avanguardia di un ormai infinito esercito di parti anatomiche; e Camilleri, spedito nel camerino della soubrette Tza Tza Gabor per controllare se si vedevano troppo le tette, ne approfittò per vedere che si vedevano, poi si accese una sigaretta e diede ugualmente, e volentieri, l'imprimatur.
Qualche cattivo pensiero, in termini di libertà di espressione e di scioltezza dell'arte, francamente viene in mente. Ed è paradossale, perché della vecchia censura, che aveva la grevità di secoli di sessuofobia, e di repressione, ci siamo faticosamente liberati, anche grazie a Carrà e Benigni; e mai e poi mai avremmo potuto pensare al rischio di nuovi "attento a come parli", nuove castigatezze che niente hanno a che fare con le libertà conquistate a caro prezzo, molto con l'eterno desiderio di sorvegliare e punire.