Siamo tutti minoranza
di Michele SerraQuando difendiamo parti della nostra società, noi difendiamo la libertà di tutta la società», ha detto Ursula von der Leyen annunciando la resa dei conti con i governi di Ungheria e Polonia. È un modo semplice, e non retorico, per contraddire l’idea, piuttosto diffusa, che occupandosi troppo delle cosiddette minoranze si perderebbero di vista gli umori, gli orientamenti e le necessità delle cosiddette maggioranze.
È sempre nel nome di presunte maggioranze (i sovranisti le chiamano “popolo”, arbitrariamente) che si stringono i bulloni dell’intolleranza: salvo poi accorgersi – anche chi si sentiva al riparo – che la stretta riguarda tutti, preme sui muri di ogni casa, leva spazio e respiro ad ogni vita. L’intolleranza non è un metodo selettivo, è una maniera di guardare tutte le persone, ogni persona, come potenziale fonte di seccature, disordine, estraneità. Se ci si è preoccupati tanto, e altrettanto indignati, per il pestaggio dei carcerati, nonostante i carcerati siano, tipicamente, minoranza, non è per pietismo. È perché in quelle pratiche brutali, in quel bullismo intimidatorio, abbiamo riconosciuto lo Stato sbirro, traditore dello Stato di diritto: e lo Stato sbirro riguarda tutti, è un problema di tutti.
Ogni grande comunità è una somma di minoranze. Il giustamente celebre sermone del pastore luterano Niemoeller, internato dai nazisti a Dachau, lo spiegò una volta per sempre: “Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi erano antipatici. Poi gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi i comunisti, e non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.