Lydia e il Novecento
di Michele SerraQuesta mattina (sabato 31 luglio), a 98 anni, torna alla terra Lydia Franceschi, staffetta partigiana e testimone speciale, suo malgrado, del Novecento italiano. La sua storia offre uno squarcio drammatico del secolo breve: in realtà, quanto a ingiustizia e violenza, lunghissimo.
Il padre Amedeo Buticchi, militante comunista prima esule in Russia per fuggire dal fascismo, poi rientrato in Italia per fuggire dallo stalinismo, viene assassinato nel 1935, a colpi di rivoltella, dal cognato fascista. Il figlio Roberto Franceschi muore a Milano nel 1973, ventenne, davanti all'Università Bocconi, freddato da una pallottola della polizia durante una manifestazione. Ai funerali di Roberto parteciparono centomila persone, che il bianco e nero di Uliano Lucas ci riconsegna composte e silenziose.
La vita di Lydia è rinchiusa tra queste due morti violente, quella del padre, quella del figlio. Come se a un albero tagliassero prima le radici, poi la chioma. Ma Lydia, dal lutto, non si è lasciata domare. Ha trascorso gli ultimi cinquant'anni testimoniando pace e giustizia: per quanto vaghe possano essere, queste due parole, dette da una come lei si capisce immediatamente che cosa vogliono dire. Nel nome del figlio ha creato una fondazione. È stata una delle figure più assidue e più rispettate della Milano sociale, filantropica, antifascista che ha dato forte prova di sé per tutto il Novecento, e per fortuna oltre.
Guidati da Enzo Mari, artisti milanesi di varia scuola posero davanti alla Bocconi, in memoria di Roberto Franceschi, una specie di totem del secolo: un grosso maglio industriale dismesso. Nemmeno l'oblio è in grado di scalfirlo. Se potete, se volete, portate un fiore sotto quel pezzo di ferro.