La libertà è a nostro carico
di Michele SerraLa polemica su Facebook, negli Stati Uniti, specie dopo le "rivelazioni" di una ex dipendente secondo la quale - chi l'avrebbe mai detto - l'azienda punta al profitto e non al benessere dell'umanità, rischia di prendere la solita piega moralista, con qualche venatura paranoica. La dipendenza dai social, specie per quanto riguarda la permeabilità ai discorsi violenti e/o cretini, sarebbe subdolamente indotta a scopo di lucro dal perfido Zuckerberg, così come il tabagismo è colpa dei colossi del tabacco, la tossicodipendenza colpa dei narcos, eccetera.
La domanda è quanto può aiutarci, per sentirci più liberi e meno condizionati, dare sempre la colpa agli altri. Se ogni genere di dipendenza, di soggezione, di credulità, è imputabile a manovratori occulti, a speculatori cinici, scompare nel nulla l'idea che esista una libertà di scelta; nonché una responsabilità individuale. Se uno trascorre la vita appeso al suo smartphone e non trova il tempo di guardare le nuvole, o di fare una passeggiata, certamente è patologico. Ma di questa patologia non è solamente la vittima: ne è anche l'autore.
La dipendenza esiste, è un problema grave, nel mondo migliaia di medici, psichiatri, terapeuti la studiano e la combattono. Ma se passa il concetto che (cito Altan) ogni cazzata che facciamo ha sempre un mandante, e il nostro ruolo nel mondo è sempre e solo quello delle povere vittime, che speranza abbiamo di uscirne vivi? Togliete all'alcolista la facoltà di bere di meno, al tabagista quella di fumare di meno, al ludopatico di tenersi lontano dalle slot-machine, al digitatore incallito l'idea che può sopravvivere anche senza i social, e gli avrete tolto ogni speranza.