Già pronti per il proporzionale
di Michele SerraFare l'inventario dei partiti che compongono il quadro politico italiano è già un lavoro da virtuosi, ma potrebbe diventare, a breve, quasi impossibile. È tornato Di Battista (Dibba, nel gergo da Bagaglino che fiorisce attorno ai palazzi romani) e dunque i cinquestelle potrebbero raddoppiare, o dimezzarsi a seconda dei punti di vista. Giorgetti e il Salvini potrebbero essere l'uno la foglia di fico dell'altro (il moderato che copre le spalle al pugnace, il pugnace che le copre al moderato) ma anche no, e dunque anche la Lega potrebbe spaccarsi.
Il centro è una macedonia composta dalla reliquia di Berlusconi, da Renzi quando non è all'estero, da Calenda, Toti, Brugnaro, da qualche sopravvissuto democristiano. A sinistra del Pd, fatti salvi i volonterosi governisti di Leu, c'è la solita surreale folla di sigle, ahimè non virtuali, che si contendono poche briciole con invidiabile entusiasmo. Solo il Pd, in misteriosa requie, e i fratelli della Meloni, compatti come una falange, si presentano in forma semisolida. (Draghi è al di sopra di ogni gioco, come Giove).
Perché questo piccolo ripasso, sicuramente incompleto? Perché si legge e si sente dire di una rinascente, vigorosa voglia di proporzionale, di moda come non accadeva più da anni. E anche chi simpatizza per il maggioritario, come lo scrivente, deve ammettere che la sintonia tra Sistema e Paese, in caso di ritorno al proporzionale pieno, sarebbe assicurata. Forse ha ragione chi sostiene che gli italiani non sono pronti per il maggioritario, oltre che per tante altre cose. C'è una vocazione nazionale al caos, e all'"io sono io", che si ripete di generazione in generazione. Il proporzionale avrebbe il merito di rispettarla.