Rispettare le vite degli altri
di Michele Serra"Marcerei con voi se veniste discriminate perché siete transgender. Al tempo stesso, però, la mia vita è stata plasmata dall'essere femmina. Non penso di essere odiosa affermandolo". Sono parole di J.K. Rowling. Se si ripercorre, parola per parola, l'iter della vicenda che è costata alla scrittrice inglese l'accusa di "transfobia", e un nugolo di minacce di morte, non ci si crede. Eppure non è virtuale, è reale il picchetto di militanti transgender davanti a casa Rowling, con tanto di diffusione on line del suo indirizzo. E questo significa che sì, avere affermato che la sua vita "è stata plasmata dall'essere femmina" l'ha resa odiosa almeno a una parte di militanti trans. Ma Rowling parlava della SUA vita. E qui sta il punto. Se sono le vite degli altri, a diventare oggetto di biasimo, a che vale rivendicare libertà di genere? Se dire "sono e mi sento femmina" o "sono e mi sento maschio" viene letto come un affronto ad altre identità, altre vite, come può reggere il progetto di una società di differenti e di tolleranti? Se il discriminato fonda il proprio riscatto sull'intolleranza come metodo politico e linguistico, sulla cancellazione di ciò che "non è lui", come riuscirà a rompere la continuità con la rigidità identitaria che lo ha discriminato? Come possono pretendere censura sull'identità di qualche miliardo di esseri umani coloro che censura e negazione hanno patito così duramente? Non c'è persona (in Occidente) che non sia tenuta, oggi, a prendere posizione su questo decisivo argomento: i diritti delle minoranze non possono rischiare di sembrare lesivi dei diritti delle maggioranze. Anche perché a pagare il prezzo di questo fatale errore, alla fine, saranno poi sempre gli stessi: le minoranze.