La versione di Elizabeth
di Michele SerraLa strepitosa storia di Elizabeth Holmes (caduta in rovina e condannata per truffa dopo che la sua azienda biomedica, Theranos, aveva conquistato la fiducia degli investitori, prestigio mediatico, appoggi politici) è talmente potente, come metafora dei tempi, che sembra uscita da una sceneggiatura americana di quelle perfette, da serie di grande successo. È invece una storia vera, anche se sembra fatta apposta per diventare una serie. La storia di una ragazza americana che vuole fare come Steve Jobs e scimmiotta, pari pari, modi e parole della mitologia di Silicon Valley anche se in mano ha solo una scatola vuota. Solo fumo, zero arrosto. Ma per anni la fa franca: e veramente le capita di essere paragonata a Jobs. Nella sceneggiatura di Elizabeth, a leggerla bene, c'è in realtà l'indizio inequivocabile della successiva catastrofe. A soli sette anni, secondo la sua stessa versione dei fatti (che le sarà utile a sedurre fior di finanziatori), dichiara ai genitori che vuole "diventare miliardaria". Ora: una bambina o un bambino che dice di voler diventare una star di Broadway, presidente degli Stati Uniti, papa, grande scienziato, poeta, artista, astronauta, calciatore, architetto, falegname, aviatore, palombaro, cuoco, migliore al mondo nei canestri da tre, è una persona da incoraggiare. Ma una bambina o un bambino che dice: voglio diventare miliardario, è una persona da scoraggiare. Bisognosa, se le si vuole bene, di urgente supporto psicologico. Diventare miliardari è una conseguenza, non può MAI essere un fine. Se è un fine, è pura patologia. Il cosiddetto sogno americano, nella versione di Elizabeth, è un incubo. Per giunta, un incubo mediocre.