Umanità dell'errore
di Michele SerraL'arbitro Serra (è solo un'omonimia, parola di interista) ci costringe a riconsiderare la parola "errore". Il suo costa moltissimo al Milan (tre punti, un'enormità a questo punto del campionato) e pure a lui, che non se ne dà pace. Ma errore, appunto, è: come quello del centravanti che manda alle stelle, a un metro dalla porta, il gol più facile, o del portiere che si fa passare il pallone più innocuo tra le gambe, o dell'allenatore che manda in campo il mediocre, e tiene in panchina quello bravo. O del presidente che paga uno sproposito per comperare un bidone, e svende per pochi soldi il campione incompreso. Errore. Che non vuol dire frode, non vuol dire malafede, vuol dire errore. È un ingrediente molto sgradevole della vita, ma ad essa appartiene. Se - per esempio - i social contemplassero l'errore come una possibilità, molti toni si farebbero meno iracondi, e più pietosi, e più autocritici. Dietro ogni errore la plebe malfidente vede la trama, il complotto, la corruzione, e invece l'errore ha una sua micidiale moralità. Può provocare catastrofi e lutti, ma sarebbe imperdonabile non attribuirli al nostro limite, non alla nostra malvagità. L'errore è ciò che ci distingue dagli dèi. Un giovane ebreo, nella sinagoga di Venezia, mi mostrò una piastrella fuori posto e mi disse: ogni sinagoga deve contenere un errore, perché la perfezione è solo di Dio. Non so se fosse vero, ma fu bello sentirlo dire. L'allenatore del Milan, Pioli, ha trattato il caso con ammirevole misura: grave danno per noi - ha detto giustamente - ma nessun dolo. Pioli è un gran signore, e un anticonformista. La lagna, la recriminazione, il sospetto sono la regola, nella nostra epoca. L'accettazione dell'errore sarebbe la nostra salvezza.