Forse si chiamava Bucciarelli Ducci
di Michele SerraLa diretta televisiva della "chiama" dei Grandi elettori è così solenne, così immobile, così noiosa, che sembra in bianco e nero. Non esiste, da un punto di vista contemporaneo, niente di più antimediatico. Lo dico con gratitudine: fatico a elencare altre cose che siano rimaste identiche a quando ero bambino, e ho assistito a mezzoretta di "chiama" (di più era impossibile) sprofondando nei ricordi più remoti. La mia generazione, quella dei cosiddetti boomers, è stata prima protagonista, poi testimone, infine inevitabile vittima - l'anagrafe ha i suoi ritmi - di cambiamenti radicali e stravolgenti, dalla rivoluzione tecnologica a quella sessuale, dal tramonto delle chiese (anche quelle politiche) e delle loro regole al trionfo dell'individualismo, volevo dire del narcisismo, dalla televisione di Stato, monocanale e vuota fino alle ore 17 del pomeriggio, al miliardo di reti, anche puntiformi, che trasmettono parole e immagini ovunque e sempre. Dal quasi vuoto al sempre pieno: è questo che segna il nostro transito. E sia chiaro: "prima" non era meglio, né meno feroce, né meno ingiusto. Era solo meno caotico. Dunque la "chiama", perdonatemi, per me è un conforto in mezzo al trambusto. Credo che il presidente della Camera si chiamasse Bucciarelli Ducci (non controllo su Wikipedia, la memoria è sacra) quando mio padre e mia madre, giovani, seguivano sul televisore a valvole l'elezione di Giuseppe Saragat. Perfino il Festival di Sanremo è molto cambiato. Da Modugno ai trapper, si cambia galassia. La "chiama" no, è identica. Ecco perché esistono i riti: per rassicurare i vecchi, e per suggerire ai giovani che qualcosa, prima di loro, è esistito.