Una destra triste
di Michele SerraVaghi riverberi di una stagione ormai spenta, riappaiono in tivù i protagonisti, invecchiatissimi, dell'epopea di Papi e delle cene eleganti. Emilio Fede e Lele Mora, segnati dal tempo inesorabile che li separa dai loro anni di gloria, e qualche attempato onorevole che votò pro-nipote di Mubarak e oggi allarga le braccia e sorride impotente, come spetta ai comprimari. Più una intervista, tristissima, a Noemi Letizia, oggi una giovane donna che indossa più cicatrici che ori. Un ulteriore piccolo brivido coglie all'idea che l'artefice di quella commedia un paio di settimane fa era candidato al Quirinale. Ma lascia presto il posto a un sentimento di sconfinata malinconia. Maschi adulti che come principale appeal avevano il denaro e il potere, ragazzuole sgomitanti che strillavano al telefono "vogliamo più soldi!", abbozzi di carriera distrutti, a vent'anni, dalla smania di fare carriera, e i fine-carriera dei cortigiani maschi resi amari da un così modesto scandalo e dal progressivo inaridirsi della cornucopia di Arcore. Ci saranno stati pure dei rapporti umani veri, in quei paraggi, ma non è di quelli che restano le tracce visibili. Degli strascichi giudiziari sono al corrente, oramai, solo gli imputati e i loro avvocati. Ma gli strascichi umani ancora feriscono, e anche impietosiscono, chiunque ascolti, e veda, quegli ex potenti e quelle ex ragazze. Impossibile non ricordare gli anni nei quali il boom di quella destra, di quel mondo, di quell'entourage, poggiava sull'idea che la vitalità e la voglia di vivere fossero cosa loro, perché "la sinistra è triste". Senti chi parla.