Con chi parla il Movimento
di Michele SerraLe modalità della crisi del M5S sono incredibili. Un fenomeno politico nato "dal basso", che aveva fatto dei famosi "problemi della gente" il suo Verbo post-ideologico, dunque in teoria un partito pragmatico, territoriale, orizzontale, sdegnoso delle gerarchie di potere, si contorce in dispute formaliste che solo a nominarle fanno venire sonno, tanto distanti sono da qualunque "problema della gente", da qualunque significato politico riconoscibile anche fuori della piccola cerchia di litiganti. Non litigano sui gasdotti, non sul nucleare, non sulla giustizia, sulla politica ambientale, sull'Ucraina, la Nato, i migranti, l'Europa. Non si sono spaccati a causa della imbarazzante incoerenza di due successivi governi uno con la destra, l'altro con la sinistra. No, litigano su vicende statutarie, sulla ricollocazione dei poteri interni, quintali di parole nelle quali rinvenire qualche traccia di politica è più faticoso che filtrare la sabbia per cercare l'oro. Ha ragione Marco Revelli (intervistato da Concetto Vecchio) a parlare con rispetto del fenomeno, a differenza della maggioranza dei commentatori che riserva al grillismo sul viale del tramonto solo un facile scherno. Per Revelli il Movimento ha fatto da vasca di decantazione a pessimi umori destinati alla destra estrema, o all'odio per la politica. Basterebbe questo per frenare gli applausi alla dissoluzione del Movimento, perché quei voti, una parte cospicua dei quali furono di sinistra, sono già ora in libera uscita, e dunque "bisogna saper parlare a quel pezzo di società". Bisogna però che anche quel pezzo di società la smetta di parlare di se stesso, come il più autoriferito dei partiti, e parli anche con gli altri. Il trenta per cento dei voti è una responsabilità, non una rendita.