Un dibattito con l'elmetto
di Michele SerraCi vuole talento per riuscire a scrivere un lungo, dotto editoriale sui fuochi di guerra nell’Est Europa senza mai nominare, neppure una volta, la parola Nato. Ci è riuscito, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia, e poiché la mia sola competenza geopolitica è legata al Risiko, e a letture di Limes troppo sporadiche per dare consistenza ai miei poveri dubbi, cedo volentieri la parola all’ex ambasciatore Sergio Romano, anche lui illustre firma del Corriere.
“Dopo la guerra fredda – dice Romano intervistato dal Fatto quotidiano - l’Occidente doveva avviare la smobilitazione della Nato. Collassato il patto di Varsavia non aveva senso tenere in piedi un assetto militare che sarebbe stato visto come struttura di pura aggressione. Non solo non l’abbiamo trasformata, rimodulata, aggiornata, ma abbiamo pensato possibile che al confine con Mosca l’Occidente potesse puntare i cannoni e tenere lo zar sotto tiro”.
Può darsi che Romano, per molti anni ambasciatore a Mosca, sia stato contagiato dal batterio panrusso, magari subdolamente somministrato dal Kgb, come il polonio. Può anche darsi che, pur essendo un vecchio liberale e abbia insegnato a Harvard, si sia convertito al putinismo, fin qui radicato quasi solo nella destra sovranista (vedi il Salvini) e tra i trumpiani. Ma può darsi, infine, che essere amici o nemici di Putin conti molto poco di fronte allo scenario oggettivo che ci sta di fronte, nel quale “Nato” non è parola che possa essere omessa.
Se fossi il direttore del Corriere coglierei comunque la palla al balzo e organizzerei un vivacissimo forum domestico tra Della Loggia e Romano, assicurandosi che indossino entrambi l’elmetto. Non chiamerei come moderatore Luttwak, perché inciterebbe i due allo scontro fisico.